L. FORNI, La laicità nel pensiero dei giuristi italiani: tra tradizione e innovazione
Giuffrè, Milano 2010, pp. XIV-335
di Costantino-M. Fabris


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Il tema della laicità è oggi, senza ombra di dubbio, uno dei temi che maggiormente interessa il dibattito scientifico-culturale di coloro che si occupano di materie che sono a vario titolo coinvolte in materie ecclesiasticistiche o canonistiche, piuttosto che giuspubblicistiche o giusfilosofiche. Non solo, lo stesso dibattito pubblico si è sovente ed a più riprese interessato di tematiche che trovano, nel principio di laicità, il loro punto di partenza in maniera più o meno diretta; gli esempi si sprecano ed a tutti sono sufficientemente evidenti. A livello scientifico, poi, non v’è chi non veda il rilievo assunto da tale principio: le pubblicazioni sono infatti aumentate in maniera esponenziale, almeno nel corso dell’ultimo ventennio, incrementando la discussione, non sempre pacata, su svariate materie che si ricollegano a detto principio.
Il lavoro dell’Autrice di questa monografia, si inserisce senza dubbio in tale filone di indagine, e lo fa andando alle radici del dibattito odierno. In una breve premessa è infatti inquadrato, proprio in tali termini, il contenuto del volume; l’Autrice stessa fornisce l’indicazione di quelle che sono state le linee guida del suo approfondimento: l’analisi del pensiero degli insigni ecclesiasticisti Ruffini e Jemolo sul tema della laicità, per poi approdare al dibattito istituzionale sul principio della laicità, dagli anni venti del novecento e fino ad oggi.
Dirò subito che la prima delle due linee di analisi del fenomeno ci ha convinto, e si pone come una buona ricostruzione del pensiero dei due autori presi quali punti di riferimento (peraltro imprescindibili); circa la seconda abbiamo alcune riserve, che svilupperemo in questa breve recensione, e che tuttavia non vogliono sminuire il lavoro svolto dall’Autrice, che si presenta comunque come buono.
Nonostante il tema fondamentale della prima parte del volume riguardi il pensiero di Ruffini e Jemolo, l’Autrice ha giustamente deciso di fornire, seppur brevemente, una sintesi dello status questionis nel momento in cui il Ruffini inizia a dedicarsi al tema della laicità.
L’obbiettivo del volume, del resto, è quello di capire se la definizione di laicità, oggi quanto mai difficoltosa data la polisemanticità acquisita dal termine, possa trovare, sin dalle sue remote origini, giustificazione circa la sua odierna comprensione. La breve premessa, più che fornire risposte, inquadra le origini del dibattito a partire dalle riflessioni ottocentesche sorte in Italia a margine del processo di unificazione nazionale, che necessariamente portava ad una nuova prospettiva circa le relazioni Stato-Chiesa, e circa lo spazio da riservare al fenomeno religioso nel nascente Stato nazionale.
Veramente di notevole interesse è il capitolo riservato all’analisi del pensiero di Francesco Ruffini il quale può essere considerato quasi il padre e l’inventore del dibattito contemporaneo sulla laicità. Anzitutto si tratteggiano le influenze di pensatori quali Marsilio da Padova e Locke, sul pensiero del Ruffini. Successivamente si passa all’analisi che lo stesso fece del termine tolleranza religiosa, con il quale si era soliti indicare la modalità di svolgimento delle relazioni tra Stato e fenomeni religiosi. Ruffini in particolare si dimostra, sin dalle sue prime riflessioni, assolutamente contrario al modello confessionistico prevalente nell’Europa dell’ottocento, dal momento che tale modello, volto a far divenire la religione prevalente anche la religione di Stato (con indebite ingerenze dello Stato stesso in questioni spirituali ad esso estranee), negava la possibilità a tutti i cittadini di essere veramente eguali di fronte alla legge: lo Stato, infatti, penetrava nella sfera più intima dell’individuo, negando di fatto uno dei presupposti che avrebbero dovuto caratterizzare lo Stato liberale.
Per Ruffini è necessario superare il concetto di tolleranza religiosa, per giungere a quello di libertà religiosa, che meglio metterebbe in luce il distacco esistente tra Stato e questioni religiose, le quali allo Stato non debbono in alcun modo interessare: «La religione è un campo in cui lo Stato nulla può dare e il cittadino, invece, tutto può pretendere» (p. 32, citazione da Ruffini). Ruffini, inoltre, ritiene assolutamente necessario delimitare, in via preliminare, il concetto di libertà religiosa la quale in alcun modo poteva significare la giustificazione di qualsiasi orientamento etico-filosofico: la libertà religiosa è la possibilità per qualsiasi culto di essere trattato dallo Stato secondo principi di uguaglianza sostanziale. Lo Stato non è l’ente preposto a stabilire quale sia la religione da seguire, ma solamente dovrà porre i limiti oltre i quali il cittadino non potrà più pretendere alcun chè.
Per Ruffini la libertà religiosa non ha nulla a che vedere con l’ateismo, visto dall’autore come una pericolosa distorsione, assolutamente inaccettabile; inoltre, la libertà religiosa è un concetto giuridico, che esula totalmente da sfere morali o etiche, e che deve svolgere un fine eminentemente pratico, ovvero quello di regolare in maniera equa i fenomeni religiosi.
Una lunga ed interessantissima parte del capitolo dedicato al pensiero di Ruffini, descrive in maniera approfondita la ricostruzione teorico-giuridica che Ruffini fa del concetto di libertà religiosa, analizzando i vari autori al cui pensiero egli si rifà in tale sua ricostruzione.
La Forni mette poi bene in luce il collegamento esistente nel pensiero di Ruffini tra libertà religiosa e diritti soggettivi, evidenziando le garanzie che a questi ultimi debbono essere offerti in riferimento alla libertà religiosa, se necessario mediante interventi positivi del legislatore in materia.
Il capitolo dedicato a Ruffini evidenzia altre questioni centrali del suo pensiero, con particolare riferimento al superamento della concezione classica di Stato anticonfessionale proprio del liberalismo italiano ottocentesco. Il volume offre poi un interessante approfondimento sul pensiero del Ruffini volto al superamento delle teorie separatiste e giurisdizionaliste, propugnate da molti autori a lui contemporanei, per concludersi con alcuni paragrafi dedicati all’approfondimento del pensiero di Mario Falco, illustre allievo del Ruffini. Il capitolo si chiude con le interessanti affermazioni del Ruffini circa lo Stato laico, che è sostanzialmente quello che riconosce il principio di libertà religiosa per la Chiesa e per i singoli cittadini, senza indebite intromissioni nel mondo della religione. Lo Stato laico, da un lato deve farsi garante della libertà religiosa, attuando una politica di rispetto di tale libertà e di tutela delle sue manifestazioni, dall’altro dovrà affermare la propria supremazia legislativa nei confronti di ogni realtà ed istituzione religiosa, mantenendo dunque ben distinte le rispettive sfere di competenza.
Il secondo capitolo del volume della Forni, analizza la legislazione italiana degli anni venti e trenta, seguendo il pensiero dei principali autori del tempo, tra i quali senza dubbio spicca Arturo Carlo Jemolo, il principale allievo del Ruffini. Dapprima si sintetizzano, le varie posizioni rispetto al Trattato del Laterano e sul Concordato del 1929, in particolare sulla posizione da attribuire ad essi nella gerarchia delle fonti normative. Ruffini, in particolare era propenso a pensare che il Trattato costituisse un atto di diritto internazionale, mentre il Concordato si sarebbe piuttosto configurato come un semplice accordo tra Italia e Santa Sede.

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