B.F. PIGHIN (a cura di), Chiesa e Stato in Cina: dalle imprese di Costantini alle svolte attuali
Marcianum Press, Venezia 2010, pp. 294
di Maria Adele Carrai


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Qualche mese prima della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, risalente al 1° ottobre 1949, il Sant’Uffizio con un decreto condanna in ogni sua forma il comunismo, e da questa data riconoscerà come ‘Cina’ solo la Repubblica Cinese, Taiwan (per comodità ci si riferirà alla RPC quando si userà il termine ‘Cina’). Nel 1951 il nunzio apostolico Antonio Riberi e, con lui, la Chiesa sono ufficialmente espulsi dal territorio cinese ad opera del neo-insediato Partito Comunista Cinese.
Da allora, il rapporto fra Santa Sede e RPC rimane una questione irrisolta per entrambe le parti. Se da un lato la Chiesa si preoccupa dei propri fedeli, dall’altro la RPC non può chiudersi in sé stessa, pensando di poter regolare gli affari religiosi con un metro civile immanente: le dimensioni dell’homo religiosus trascendono le costrizioni a cui il governo cinese le obbliga.
I limiti imposti dall’ateismo come forma di confessionalismo orizzontale di stato, l’antico sospetto nei confronti delle potenze coloniali straniere a cui il Vaticano è associato, non fanno che aumentare le ostilità del Partito nei confronti della Chiesa. Quest’ultima, dal canto suo, non può illanguidire la sua l’identità e la sua vocazione cattolica universale garantita dal Santo Padre.
Nonostante i nodi nei rapporti fra La Chiesa del dialogo e la Cina di Marx, vi sono stati progressi sia nell’atteggiamento cinese, che ha assunto un marxismo meno ortodosso ma piu’ aperturista (p. 182), che nella Chiesa, la quale ha seguito sempre piu’ il metodo del dialogo promosso da Costantini. Un metodo questo che permette alla Chiesa di parlare con realtà come la Cina e piu’ in generale con la modernità. La Chiesa vuole parlare con la tutta la Cina. In questo senso vale la pena ricordare che dal 1971 Paolo VI non ha più inviato nunzi apostolici a Taiwan, ma solo incaricati d’affari.

Questo rapporto ostico è l’oggetto dell’opera ‘Chiesa e Stato in Cina: dalle imprese di Costantini alle svolte attuali’. Il libro è una summa di diverse prospettive sui rapporti fra Chiesa e Cina nel XX e XXI secolo.
Esso consiste di due parti. A seguito dell’introduzione di Pighin vi è una prima parte storica ‘Dalla Plantatio Ecclesiae in Cina alle svolte storiche successive’ (pp. 19-119) che va dalla rivoluzione attuata da Costantini nei rapporti fra Stato Vaticano Cina fino a descrivere la situazione odierna. A questa prima parte fa seguito una sezione dedicata agli aspetti piu’ giuridici dei rapporti fra Chiesa e Cina intitolata‘La situazione attuale e le prospettive del rapporto Chiesa-Stato in Cina’ (pp. 220-215) dove sono esaminati testi legali e in cui sono evidenziate le diverse problematiche e le possibili future prospettive.
Il libro integra anche la traduzione dal cinese di alcuni testi normativi importanti per la comprensione della politica religiosa attuata dal governo cinese. Nella prima appendice (pp. 217-250) sono riportati i ‘Tre documenti normativi approvati nel mese di aprile 2003 dalla Conferenza Congiunta dei Presidenti dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese e della Conferenza Episcopale della Chiesa Cattolica in Cina’, ossia lo ‘Statuto delle Diocesi Cattoliche in Cina’, lo ‘Statuto della Conferenza Congiunta dei Presidenti dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese e della Conferenza Episcopale della Chiesa Cattolica in Cina’, ed infine il ‘Regolamento dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese’.
Nella seconda appendice (251-290) vi è il testo della ‘Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi, ai Presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa cattolica nella Repubblica Popolare Cinese del 27 maggio 2007’, e il testo della ‘Lettera del Cardinal Tarcisio Bertone, Segretario di Stato del Santo Padre, ai Sacerdoti nella Repubblica Popolare Cinese del 10 novembre 2009’. Questi due testi invece riflettono quello che è l’atteggiamento e le direttive della Santa Sede nei confronti della Cina.

La prima parte del libro si apre con la storia del primo cinquantennio del XX secolo e con la figura di Celso Costantini. Pighin nel capitolo ‘Le imprese di Celso Costantini in Cina: decolonizzazione religiosa, plantatio Ecclesiae e inculturazione cristiana’, descrive il ruolo del nunzio apostolico Celso Costantini nella realizzazione della strategia della Santa Sede, ossia “la Cina ai cinesi” (p. 26): “finora le Missioni rappresentavano come delle piante coltivate nei vasi, si possono moltiplicare i vasi, ma questi non faranno mai la foresta. Adesso, invece, le piante metteranno le radici nel suolo cinese e si moltiplicheranno naturalmente” (p. 29). L’obiettivo delle missioni doveva essere la creazione di un clero nativo, l’inculturazione cristiana nel rispetto della tradizione cinese (Costantini, al contrario dei missionari suoi predecessori, non condannò i riti, aspetto essenziale della tradizione cinese) e la decolonizzazione religiosa.
Per quanto riguarda il colonialismo religioso, Costantini, come dimostra Gabrieli nel secondo capitolo ‘La delegazione Apostolica a Pechino, preludio delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica Cinese (1922-1946)’ si distacca coraggiosamente dal protettorato francese e da una tradizione missionaria che non si confaceva più né ai tempi né al territorio cinesi e che poneva in una posizione d’inferiorità i fedeli indigeni (pp. 44-45). Non senza difficoltà, dovute al fatto che la Cina continuasse ad associare la realtà della Chiesa alle altre nazioni occidentali in parte per il fatto che le congregazioni continuavano ad avere uno spirito feudalistico (36), Costantini porta alla creazione di relazioni diplomatiche.
Constata il nunzio che “quando nel 1922 andai in Cina le missioni (vale a dire le “circoscrizioni ecclesiastiche”) erano 57 ( e nessuna era affidata a prelati indigeni). Quando partii, nel 1933, le missioni erano 121. Di queste 23 erano affidate a superiori cinesi” (p. 37)
La situazione precipita con l’avvento del Comunismo a partire dal 1949. Il periodo che va dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese alla fine della brutale Rivoluzione Culturale è trattato dalla Giunipero nel terzo capitolo ‘L’impatto del regime comunista sulla Chiesa cattolica in Cina (1949-1966)’.
La Chiesa non fa neanche in tempo a passare da regime missionario (con prefetture e vicariati apostolici) a regime ordinario che il Comunismo ha già sconvolto l’assetto politico ed istituzionale della Cina (p. 85). Dopo avere espulso il nunzio Riberi dal territorio cinese nel 1951 e avere rotto le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, uno degli eventi più significativi che avrà importanti ripercussioni sugli sviluppi dei rapporti fra Cina e Vaticano è la fondazione nel 1957 dell’Azione Patriottica dei Cattolici Cinesi (APCC), che mira a “tagliare i rapporti con la santa sede del Vaticano” (p. 95). Sarà proprio questa, e la filosofia marxista che essa rappresenta, a configurare quei nodi irrisolti, fra cui le elezioni episcopali autonome (quelle senza mandato pontificio).
Di fronte a questa rottura molti cattolici cinesi pur di salvare la Chiesa in Cina decisero di accettare le nomine episcopali senza mandato pontificio (p. 97).
Dal 1959 Giovanni XXIII usò il termine ‘scisma’ per riferirsi alla situazione in Cina, che andava sempre più inasprendosi da parte cinese, fino a culminare nella Rivoluzione Culturale e nella proibizione di qualsiasi attività religiosa.
Degli sviluppi più recenti si occupa il Mons. Robert Sarah nel capitolo ‘Un programma di aiuti della Santa Sede e di cooperazione tra Chiese particolari a sostegno dei cattolici cinesi’. Oltre ad offrire una panoramica sull’attuale situazione della vita religiosa in Cina, Mons.
Sarah denuncia gli impedimenti posti dall’autorità civile cinese nei confronti della Chiesa e del suo perseguimento dell’unità a livello universale (p. 106). Tale unità è garantita dalla figura del Papa, che in Cina non è riconosciuta; la massima autorità è “la Conferenza dei Rappresentanti dei Cattolici di tutto il paese” (p. 107). Meno certo è che l’ostacolo posto dall’autorità civile sia, come sostiene Mons. Sarah, radicato nella cultura stessa cinese, in cui “l’Imperatore o l’Amministratore civile fungeva da suprema autorità anche nelle questioni riguardanti la religione e la coscienza personale” (p. 107). Che sia radicato nella tradizione cinese o meno, resta il fatto che l’APCC costituisca la suprema autorità in materia religiosa. Tuttavia “la comunione e l’unità sono elementi essenziali e integrali della Chiesa Cattolica: pertanto il progetto di una Chiesa ‘indipendente’, in ambito religioso, dalla Santa Sede, è incompatibile con la Dottrina Cattolica” (p. 111, estratto da Lettera BCC n. 7).

La seconda parte, supportata da un cospicuo apparato normativo della Repubblica popolare Cinese, si rivolge alle problematiche attuali del rapporto tra Cina e Vaticano. Dalla Torre affronta ‘La libertà religiosa in Cina’ (pp. 123-136); dopo avere evidenziato la complessità geografica e culturale della Cina e la sua pluralità di fedi che esprimono un “profondo sentire religioso” (p. 123), l’autore descrive i tre elementi che caratterizzano l’atteggiamento dello Stato cinese rispetto al fenomeno religioso: al sospetto nei confronti dell’Occidente e al conseguente nazionalismo e all’ateismo già incontrati nei capitoli precedenti, si aggiunge la paura del governo dell’insorgenza di moti separatistici locali cresciuti da tradizioni religiose (pp. 124-126).

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