GIUSEPPE BETTIOL: UOMO, PENALISTA, FILOSOFO.
di Costantino-M. Fabris
Studium Generale Marcianum – Venezia


Per il docente padovano, infatti, il diritto penale non può essere ridotto ai soli aspetti tecnici e formali, dal momento che esso affonda le sue profonde radici in un sostrato etico ed antropologico, che costituisce il punto focale di esso, nelle sue varie e possibili declinazioni. È Bettiol stesso che in un suo
celebre lavoro afferma, senza mezzi termini, che: «Il diritto penale è una concezione di vita: è una filosofia» [10] .
Il volume del Vernacotola, specializzato in filosofia del diritto, presenta un interessante e ricco percorso attraverso l’intera produzione scientifica di Giuseppe Bettiol, evidenziandone gli aspetti filosofici che vanno a comporre, in una considerazione unitaria, una vera e propria filosofia del diritto penale, che rappresenta forse la caratteristica saliente del pensiero penalistico di Bettiol, considerato nel suo insieme. Del resto, lo stesso autore del volume ricorda subito che una delle singolarità della posizione del grande penalista è dovuta al: «rilievo affatto peculiare da essa attribuito alle implicazioni filosofiche della scienza giuridica. Nel pensiero di Bettiol trova infatti il più ampio sviluppo un complesso di istanze tendenti a sottolineare e ad intensificare quel dinamismo di interazioni reciproche esistente tra scienza e filosofia del diritto penale, in virtù del quale…è possibile, da una parte individuare una “filosofia dei giuristi” all’interno di qualsivoglia approccio scientifico alle problematiche giuridiche, dall’altro, in una prospettiva più specificamente filosofica, riconoscere la necessità di un contatto diretto con la vita reale per ogni speculazione teorica che abbia la pretesa di esercitare la propria influenza anche in ambito giuridico» (p. 23).
Nel presentare l’opera del Bettiol, l’autore del presente volume, parte dall’analisi delle Sue opere giovanili, e ci ha particolarmente colpito il parallelo con il volume precedentemente analizzato: si è infatti di fronte ad un giovanissimo studioso, quasi neo-laureato, che pure riesce ad esprimere una sintesi già pienamente matura di molti di quelli che diverranno dei veri e propri “cavalli di battaglia” di tutta la sua vasta produzione scientifica. Ma uno in particolare ha attirato la nostra attenzione; da subito il giovane Bettiol imbocca sicuro una opzione che era allora (ed ugualmente lo è oggi) minoritaria: quella secondo cui il reato si connota in modo oggettivistico-teleologico come violazione di un bene giuridico tutelato dalla norma penale e che è il vero ed unico momento giustificativo della norma penale stessa [11] . Il diritto penale non si riduce a mero strumento di politica criminale dello Stato né tanto meno a mezzo atto alla tutela di interessi, esso è invece il mezzo di esplicazione del mondo dei valori, che sono alla base delle norme positive.
In tale impostazione è evidente l’eco della filosofia giuridica cristiana, che pur distinguendo l’ambito giuridico da quello morale, tuttavia non li separa nettamente, quasi fossero ambiti tra loro incomunicabili, ma al contrario, fonda le norme positive in un sostrato etico-morale che è l’unico in grado di preservare dette norme dall’arbitrio del legislatore; e certamente possiamo immaginare come una siffatta visione sia “debitrice” del momento storico vissuto dal Bettiol in prima persona.
Proseguendo nella lettura del volume di Vernacotola, un altro dato ci stupisce: l’interesse manifestato da Bettiol per i temi del diritto processuale penale, interesse rimasto vivo fino al termine della sua produzione scientifica. La visione filosofica del penalista friulano giustifica senza dubbio tale interesse, che è sicura conseguenza di una visione personalistica del diritto. L’uomo è infatti al centro di moltissimi studi svolti dal Bettiol ed il processo diviene il momento fondamentale per la tutela della persona: è il momento in cui possono realmente emergere i valori tutelati dalla norma penale, che si pongono in stretta correlazione con gli attori del processo stesso, reo e parte lesa, ciascuno dal proprio peculiare angolo visuale. Non è qui dato soffermarsi eccessivamente sulle tematiche processualistiche descritte nel volume, ma è interessante sottolineare come la tutela della persona e del mondo dei valori, siano possibili solamente laddove vi sia un efficace sistema processuale in grado di tutelare e garantire l’una e gli altri, diversamente le norme sostanziali, pure correttamente poste, diverrebbero vuoti dettami privi di una concreta applicazione.
Il vero nodo centrale dell’opera del grande penalista, è descritto ed analizzato nel quarto capitolo del presente volume, quello dedicato all’analisi del diritto penale come scienza; è qui che emerge la vera originalità del pensiero di Bettiol, il quale sostiene che il diritto penale presenta una stretta connessione «con il sostrato etico, politico e filosofico che disegna la peculiare fisionomia culturale di una comunità e che trova nella stessa legislazione penale la più compiuta epifania giuridica» (p. 183). Per Bettiol esiste una stretta connessione tra diritto penale e morale, per cui le norme debbono essere espressione dei valori ad esse sottesi (teleologismo), tuttavia egli mantiene la sua riflessione in una dimensione strettamente scientifica, dal momento che ritiene comunque indispensabile che vi siano norme poste in modo positivo, senza le quali non si può parlare di reato; così facendo egli coniuga in maniera magistrale il principio di legalità con un principio che potremmo definire di eticità delle norme.
Vernacotola ci guida magistralmente lungo lo sviluppo del pensiero dell’Autore sul punto, ben evidenziando come l’unica via per la tutela penale dei valori, sia proprio quella di positivizzarli attraverso la loro tutela da parte di norme penali poste positivamente. Ecco che le obiezioni mosse dalle correnti positivistiche, volte a separare nettamente il mondo dei valori dal mondo delle norme, si sciolgono come neve al sole dinanzi al rigoroso argomentare del Bettiol, in una visione del diritto penale che pare essere una delle migliori sintesi possibili tra diritto ed etica; la pena deve tutelare un valore etico, altrimenti non tutela nulla. Il Vernacotola ricorda come nella visione del penalista friulano vi sia «un’esigenza di ordine filosofico-antropologico da soddisfare. Ponendo il valore fuori dal fatto, si produce l’effetto di “essiccare” l’uomo e di “imbalsamarlo” in un’astratta dimensione “normativa” che non presenta alcun contatto con la sua vera realtà, consistente, in radice, in una realtà morale, la realtà morale di uno spirito incarnato costitutivamente “aperto” e, diremmo, “proteso” verso l’Assoluto» (p. 231).
Lascio al lettore l’approfondimento circa le ricadute della visione penalistico-filosofica del Bettiol sulla teoria generale del reato e sul problema della pena, intesa in un’ottica di retributivismo etico che è diretta conseguenza della sua impostazione generale dell’intero sistema penalistico. Non posso però fare a meno di sottolineare, en passant, l’attenzione dimostrata dal grande maestro al tema della equità, strumento indispensabile di adattamento della pena al caso concreto: «La giustizia è quindi il fondamento astratto o razionale della pena, mentre la pena in concreto deve essere soprattutto una pena “equa”» [12] .
La lettura, specialmente delle parti conclusive del presente volume, ci richiama alla mente la teoresi rosminiana sulla persona come essenza stessa del diritto [13] , sicuramente condivisa anche dal Bettiol, che ne fu moderno ed autorevole interprete; il Vernacotola, nel sottolineare questa particolare attenzione del Bettiol alla persona, chiave di volta di tutto il suo sistema penale, ci ricorda che tale visione personalista, per l’appunto, è propria della filosofia di Tommaso secondo cui «Persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali natura» [14] .
Accanto a questi due “fari” della cultura occidentale, si può così accostare, per il campo delle scienze penalistiche, Giuseppe Bettiol, che con ferma autorevolezza affermava «È il singolo a volere, a venir considerato colpevole, ad essere punito: al di fuori di lui il diritto penale sparisce» [15] .
Un plauso va senza dubbio tributato all’autore del volume qui recensito, dal momento che ha saputo ricostruire in maniera assai efficace il pensiero giuridico-filosofico del Bettiol, offrendo al lettore una valida sintesi delle tematiche care al grande penalista, e sapendo al contempo proporre dei validi raffronti con alcuni degli autori che hanno ispirato o che si sono a loro volta ispirati al lavoro del penalista friulano.

 

3. Un diritto penale detto “ragionevole”. Raccontando Giuseppe Bettiol

Accanto ai due testi appena presentati ci è parso utile riprendere tra le mani il volume, pubblicato nel 2005 ed oramai esaurito, redatto per mano di un illustre allievo di Giuseppe Bettiol: il prof. Silvio Riondato [16] . Ci pareva infatti indispensabile offrire, accanto al profilo biografico ed a quello giusfilosofico proposti dai primi due volumi qui presentati, anche il profilo più strettamente giuridico-penalistico del Bettiol, dal momento che questo è stato in definitiva il suo campo d’indagine privilegiato, nonostante gli ottimi esiti prodotti per la scienza giuridica in generale.
Il testo di Riondato offre un sintetico percorso attraverso i principali temi affrontati dal maestro friulano, nel corso della sua lunga carriera di penalista, presentando le linee conduttrici della sua produzione scientifica. Il volume, suddiviso in venti capitoli, può essere a sua volta suddiviso secondo i principali temi d’indagine del Bettiol: dapprima una efficace introduzione generale sui temi di teoria generale del diritto penale (capp. 1-4) presenti nell’opera bettioliana; poi le tematiche care al grande penalista: la pena, le misure di sicurezza, l’antigiuridicità, l’offensività; per chiudere con alcuni capitoli finali che presentano ancora temi di ordine giuridico-politici più generali [17] .
È bene spendere subito alcune parole per precisare il senso del titolo del volume, che deriva direttamente dai contenuti della produzione scientifica del Bettiol: la cifra della ragionevolezza è intimamente connessa con il personalismo così come inteso dal grande penalista; l’uomo è al centro del diritto penale di Bettiol, come visto, un uomo che è animale ragionevole, e conseguentemente ragionevole sarà il diritto penale che ruota attorno all’uomo: «La capacità di intendere e di volere è la capacità dell’uomo di percepire, individuare, comprendere le conseguenze del proprio operare nel significato etico-sociale che esse presentano nella situazione storica sulla quale vanno ad incidere; in essa sono implicate la consapevolezza del fine, la ragionevolezza del motivo, la congruità dell’azione; “il senso del rimorso, la possibilità del ravvedimento, la liberazione psicologica dal complesso di colpa stanno a dimostrare che un tale complesso è in stretta relazione diretta con la libertà di scegliere tra due termini (bene e male) prima del compimento dell’azione” [18] » [19] .
Il diritto penale del Bettiol è contraddistinto da alcune caratteristiche fondamentali; riprendendo la suddivisione da noi più sopra abbozzata, possiamo partire dalla definizione della pena che, secondo il grande penalista, rimane essenzialmente contrassegnata dalla sua retributività, per comprendere anche che cosa egli intenda per antigiuridicità: il fatto si presenta come antigiuridico, non tanto perché viola una determinata norma, ma piuttosto in quanto la condotta antigiuridica del soggetto lede il valore giuridico, avente un fondamento etico, che sta alla base della norma positiva. La pena è dunque un «provvedimento retributivo in funzione della tutela di determinate esigenze di carattere sociale» [20] .

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