DALL’AUTONOMIA RADICALE ALL’AUTONOMIA ASSOLUTA.
ANNOTAZIONI CRITICHE SUL DISCORSO DELL’ISTITUZIONE
DI CORNELIUS CASTORIADIS
di Ferdinando G. Menga
Eberhard Karls Universität – Tübingen


[12] Id., L’enigma del soggetto, cit., p. 206.
[13] Id., La rivoluzione democratica, cit., p. 126 (corsivo aggiunto).
[14] Id., L’enigma del soggetto, cit., p. 206 (corsivo aggiunto).
[15] Ivi, p. 212 (corsivo aggiunto).
[16] Id., La montée de l’insignifiance, cit., p. 129 (corsivo aggiunto). In modo simile anche in Id., Le contenu du socialisme, cit., p. 392.
[17] Id., Domaines de l’homme. Les Carrefours du labyrinthe II, Éditions du Seuil, Paris 1986, p. 189.
[18] Ibidem.
[19] Id., L’enigma del soggetto, cit., p. 65. Come sostiene più in generale l’autore, nelle società eteronome, da una parte, «l’istituzione afferma di se stessa di non essere opera umana; dall’altra, gli individui sono educati, addestrati, formati in modo tale da essere, per così dire, completamente riassorbiti dall’istituzione della società. Nessuno può affermare delle idee, una volontà, un desiderio che si oppongano all’ordine istituito, e questo non perché egli subirebbe delle sanzioni, ma perché è antropologicamente costruito in questo modo, ha interiorizzato a tal punto l’istituzione della società che non dispone dei mezzi psichici e mentali per rimettere in questione l’istituzione stessa» (Id., La rivoluzione democratica, cit., pp. 38-39).
[20] Id., Une société à la dérive. Entretiens et débats 1974-1997, a cura di E. ESCOBAR – M. GONDICAS – P. VERNAY, Éditions du Seuil, Paris 2005, p. 145.
[21] Id., Le contenu du socialisme, cit., p. 15.
[22] Ci sembra puntuale, a proposito, il commento di Bernhard Waldenfels, che sintetizza il progetto di Castoriadis secondo la seguente traiettoria: «Le istituzioni eteronome, in cui la capacità sociale di creazione e di immaginazione si automisconosce e si rende dipendente da istanze extra-sociali quali Natura, Dio o Storia, devono essere distrutte e rimpiazzate con istituzioni autonome, in cui la società si autoistituisce ed è anche consapevole di ciò» (B. WALDENFELS, Der Primat der Einbildungskraft, in Id., Deutsch-Französische Gedankengänge, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1995, p. 186).
[23] Cfr. H. ARENDT, Sulla rivoluzione, cit., in part. pp. 272-294.
[24] C. CASTORIADIS, L’enigma del soggetto, cit., p. 206. Per la precisione, nel testo, la parola «mistificatrice» accanto a «rappresentanza», appare fra parentesi; la qual cosa, a nostro parere, non mitiga affatto l’opposizione castoriadisiana nei confronti della rappresentanza, quanto piuttosto ne tradisce la più recondita e profonda avversione.
[25] Ivi, p. 207.
[26] Id., La rivoluzione democratica, cit., p. 132.
[27] Ibidem.
[28] Castoriadis descrive schematicamente l’opposizione fra forma diretta di democrazia e dinamica eteronoma della rappresentanza nel modo seguente: «Il popolo in opposizione ai “rappresentanti”» (cfr. Id, L’enigma del soggetto, cit., p. 206 s.); «Il popolo in opposizione agli “esperti”» (cfr. ivi, p. 207 ss.); «La Comunità in opposizione allo “Stato”» (cfr. ivi, p. 209 ss.).
[29] Ivi, p. 207.
[30] Cfr. H. ARENDT, Vita activa. La condizione umana, trad. it. di S. Finzi, Bompiani, Milano 20019, in part. cap. V.
[31] Su questo si vedano le belle riflessioni di J. DERRIDA, Stati canaglia. Due saggi sulla ragione, ed. it. a cura di L. Odello, Raffaello Cortina, Milano 2003, pp. 31-33.
[32] B. WALDENFELS, Das Zwischenreich des Dialogs. Sozialphilosophische Untersuchungen in Anschluss an Edmund Husserl, Martinus Nijhoff, Den Haag 1971, p. 189.
[33] Id., Der Primat der Einbildungskraft, cit., p. 196.
[34] Ivi, p. 195.
[35] Cfr. H. ARENDT, Vita activa, cit., pp. 8, 128 s. In tale contesto, scrive, per la precisione, la Arendt: «Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità» (ivi, p. 129).
[36] C. CASTORIADIS, Finestra sul caos. Scritti su arte e società, trad. it. di G. Lagomarsino, Elèuthera, Milano 2007.
[37] Id., L’istituzione immaginaria della società (parte seconda), ed. it. a cura di F. Ciaramelli, Bollati Boringhieri, Torino 1995, p. 274.
[38] C. LEFORT, Saggi sul politico, cit., p. 274. Ovviamente, qui, il riferimento di Lefort alla prospettiva dell’immanenza comunitaria è assolutamente critico.
[39] Sul carattere inevitabilmente assolutista contenuto in ogni forma di immanentismo comunitario, oltre a Lefort, si vedano anche le magistrali pagine di J.-L. NANCY, La comunità inoperosa, trad. it. di D. Moscati, Cronopio, Napoli 2003, pp. 122 ss. e Ph. LACOUE-LABARTHE, La finzione del politico. Heidegger, l’arte e la politica, trad. it. di G. Scibilia, Il melangolo, Genova 1991, pp. 94 ss.
[40] Su questo si veda M.W. SCHNELL, Phänomenologie des Politischen, Fink, München 1995, p. 194.
[41] J. DERRIDA, Politiche dell’amicizia, trad. it. di G. Chiurazzi, Raffaello Cortina, Milano 1995, p. 131.
[42] M. VANNI, L’adresse du politique. Essai d’approche responsive, Les éditions du Cerf, Paris 2009, p. 58.
[43] Ibidem.
[44] Ci sembra che Claude Lefort colga con grande acume questo rimando all’«esteriorità», al «fuori», nel cuore stesso del processo autoistituente della società; e ciò, in particolare, nella misura in cui egli connota questa esteriorità nei termini di «luogo vuoto del potere» istituente; insomma, come luogo che, in quanto si rivela essere il luogo stesso della cesura diastatica dell’interazione collettiva, sfugge sia alla logica di una sua collocazione semplicemente esteriore alla società (pura eteronomia) sia ad un suo inglobamento in seno alla società (pura autonomia). Su questo cfr. C. LEFORT, Saggi sul politico, cit., pp. 269-270; Id., L’invention démocratique. Les limites de la nomination totalitaire, Fayard, Paris 1981, pp. 148-150.
[45] J.-L. NANCY, La comunità inoperosa, cit., p. 34.
[46] F. CIARAMELLI, Lo spazio simbolico della democrazia, cit., p. 188.
[47] G. DUSO, La rappresentanza politica. Genesi e crisi del concetto, Franco Angeli, Milano 2003, p. 23. Cfr. in termini analoghi anche F.R. ANKERSMIT, Political Representation, Stanford University Press, Stanford 2002, p. 198.
[48] Detto nei termini di Ankersmit, nella misura in cui «non esiste alcuna proposta di azione politica data oggettivamente da parte del popolo rappresentato […] abbiamo perciò stesso bisogno di una rappresentanza affinché siffatte proposte possano definirsi in quanto tali» (F.R. ANKERSMIT, Aesthetic Politics. Political Philosophy Beyond Fact and Value, Stanford University Press, Stanford 1996, p. 47).
[49] La dinamica della rappresentanza come originaria necessità di mediazione dovuta allo stesso carattere di contingenza dello spazio politico è ben messa in risalto da Alan KEENAN, Democracy in Question. Democratic Openness in a Time of Political Closure, Stanford University Press, Stanford CA 2003, pp. 11 s.
[50] P. BOURDIEU, Language and Symbolic Power, Polity Press, Cambridge 1992, p. 204.
[51] Ibidem.
[52] Della necessità del «riconoscimento» collettivo, come presupposto affinché si possa compiere l’azione di rappresentanza, si rende bene conto anche Bourdieu, sebbene la sua riflessione sia certamente più tesa a leggere tale riconoscimento nei semplici termini di un pressoché inconsapevole «misconoscimento» della violenza originaria o dell’«usurpazione» che l’azione di rappresentanza stessa esercita sul gruppo (cfr. ivi, pp. 209 ss.).
[53] F. MODUGNO, Il concetto di costituzione, in AA. VV., Aspetti e tendenze del diritto costituzionale. Scritti in onore di Costantino Mortati, vol. 1, Giuffrè, Milano 1977, p. 207.
[54] Con riferimento a questo tratto simultaneamente confermativo e creativo del riconoscimento si vedano le acute riflessioni di A. GARCÍA DÜTTMANN, Zwischen den Kulturen. Spannungen im Kampf um Anerkennung, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 2002.
[55] Proprio a questo livello, ci sembrano preziose le analisi di Waldenfels dedicate alla dimostrazione della traccia dialogica strutturalmente presente in ogni monologo. Come egli scrive: «Il monologo, nel quale io sono confrontato espressamente con la cosa e in cui non bado agli altri, è nondimeno un dialogo implicito. Ciò che il singolo pensa, fa e crea a partire da sé, si innesta in un orizzonte comune di coloro i quali co-pensano, co-agiscono e con-vivono e nel quale ricevono e attivano effetti. […] Proprio nel monologo conduco un dialogo inespresso e incidentale con altri, la cui immagine tengo dinanzi, il cui consiglio o divieto mi accompagna, la cui contro-opinione mi sfida. […] Il monologo, perciò, non è mai puro monologo, bensì è sempre già impregnato di voci altrui e rimesso al dialogo esplicito, di cui può filtrare e chiarire la ricchezza, ma non esaurirla» (B. WALDENFELS, Das Zwischenreich des Dialogs, cit., pp. 193-194).
[56] Per una visione della creatività del riconoscimento, che fuoriesce tuttavia dalle maglie dialettiche del riconoscimento hegeliano e dai suoi derivati contemporanei, si veda sempre la proposta di A. GARCÍA DÜTTMANN, Zwischen den Kulturen, cit., in part. pp. 71 ss., 162 ss.
[57] Su questo cfr. Th. BEDORF, Verkennende Anerkennung. Über Identität und Politik, Suhrkamp, Berlin 2010, p. 148.
[58] C. CASTORIADIS, L’istituzione immaginaria della società, cit. , p. 274.
[59] Cfr. A. KEENAN, Democracy in Question, cit., pp. 10 s., 63-75.
[60] Con il richiamo del carattere singolare/plurale dello spazio politico contingente, vogliamo esplicitamente riferirci alle preziose riflessioni di J.-L. NANCY, La partizione delle voci. Verso una comunità senza fondamenti, ed. it. a cura di A. Folin, Il Poligrafo, Padova 1993; Id., Essere singolare plurale, trad. it. di D. Tarizzo, Einaudi, Torino 2001.
[61] Cfr. a riguardo le penetranti osservazioni di B. WALDENFELS, Schattenrisse der Moral, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 2006, pp. 145-147, 169, 191 s.
[62] Sulla violenza come tratto inevitabile della dinamica della rappresentanza si veda P. BOURDIEU, Language and Symbolic Power, cit., pp. 209 ss.
[63] C. LEFORT, Saggi sul politico, cit., p. 30.
[64] Sull’immancabile carattere di provvisorietà e, dunque, di necessario ri-aggiornamento di un riconoscimento interpretato a partire da tale visione di contingenza radicale si vedano le lucide incursioni di Th. BEDORF, Verkennende Anerkennung, cit., p. 152.
[65] E. LÉVINAS, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, trad. it. di A. dell’Asta, Jaca Book, Milano 1980, p. 52 (cfr. anche ivi, p. 173).
[66] Per la precisione, Derrida definisce la logica del supplemento d’origine come «una possibilità [che] produce in ritardo ciò cui è detta aggiungersi» (J. DERRIDA, La voce e il fenomeno. Introduzione al problema del segno nella fenomenologia di Husserl, trad. it. di G. Dalmasso, Jaca Book, Milano 1968, p. 128). In un breve, ma denso, saggio dedicato all’analisi della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, Derrida definisce la dinamica costitutiva di ogni fondazione d’ordine e la relativa concatenazione rappresentativa anche nei termini di un peculiare «futuro anteriore» o di una «favolosa retroattività» (cfr. Id., Otobiographies. L’insegnamento di Nietzsche e la politica del nome proprio, trad. it. di R. Panattoni, Il Poligrafo, Padova 1993, p. 27).
[67] Questo tema costante all’interno del pensiero del fenomenologo francese richiederebbe il rimando a molti luoghi testuali. Ci limitiamo qui a segnalare oltre alle fondamentali riflessioni contenute in M. MERLEAU-PONTY, Fenomenologia della percezione, trad. it. di A. Bonomi, Bompiani, Milano 2003, pp. 499 ss., anche Id., Segni, trad. it. di A. Bonomi, Il Saggiatore, Milano 2003, pp. 68 s.
[68] C. CASTORIADIS, L’enigma del soggetto, cit., pp. 251-252.
[69] Ivi, p. 206.
[70] Id., La rivoluzione democratica, cit., p. 131. Certamente, qui non si vuole assolutamente mettere in discussione la validità della critica castoriadisiana in merito al pericolo di degenerazione della rappresentanza in oligarchia partitica (cfr. in part. ivi, pp. 132 ss.). Piuttosto, quello che si vuole qui sottolineare è che tale pericolo non può essere certamente fugato attraverso l’eliminazione tout court dell’istanza rappresentativa, dacché un’uscita strutturale da essa non comporterebbe altro che la rinuncia stessa al carattere storico e contingente dell’istituzione sociale. Su questa impossibilità di fuoriuscita strutturale dalla rappresentanza cfr. C. LEFORT, Saggi sul politico, cit., pp. 42 s.

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