DALL’AUTONOMIA RADICALE ALL’AUTONOMIA ASSOLUTA.
ANNOTAZIONI CRITICHE SUL DISCORSO DELL’ISTITUZIONE
DI CORNELIUS CASTORIADIS
di Ferdinando G. Menga
Eberhard Karls Universität – Tübingen


A questo punto si pone la domanda: è veramente possibile pensare il rapporto fra rappresentanza e riconoscimento in questo modo, oppure ci troviamo qui davanti ad un corto circuito logico insuperabile? Ebbene, secondo la nostra visione, non solo è possibile pensare il rapporto in siffatti termini, ma lo si deve pensare così. Difatti, questo modo di pensare non corrisponde affatto ad una mera astrazione, bensì né più né meno che ad un’articolazione eminentemente concreta che, con Merleau-Ponty, potremmo chiamare dinamica d’espressione creatrice [67] all’interno dello spazio politico. Questa dinamica dell’espressione creatrice, innestata nel rapporto di rappresentanza e riconoscimento, non ci dice nient’altro se non che la rappresentanza si mostra essere creazione originaria e, quindi, anteriore, giacché i significati stessi, che apparendo nell’espressione costituiscono la collettività, affiorano per la prima volta solo ed esclusivamente attraverso l’azione del rappresentante. Pertanto, il carattere creativo della rappresentanza non è da intendersi qui nel senso che questa produrrebbe significati per una collettività comunque già costituita ancor prima della loro comparizione, bensì nel senso che la rappresentanza specificatamente crea la collettività, in quanto solo l’azione del rappresentante, portando alla luce delle possibilità di significato, è capace di innescare quel processo di riconoscimento, attorno a cui la collettività si raccoglie e, raccogliendosi, si configura per la prima volta. Eppure, per altro verso, la rappresentanza si mostra quale espressione posteriore, visto che i significati che il rappresentante porta a comparizione non aprirebbero nemmeno la possibilità di inaugurare uno spazio collettivo e, parimenti, lo spazio di insorgenza di un soggetto nella funzione di rappresentanza, se non trovassero una collettività che, affermandoli come propri fin dall’inizio, li riconosca e dunque si riconosca in essi.
Sulla scorta di ciò, non è nemmeno difficile capire come sia unicamente l’articolazione espressiva del rapporto fra rappresentanza e riconoscimento ad offrire genuino riscontro del carattere politico dell’insorgenza del mondo e della collettività. Infatti, la dinamica espressiva di rappresentanza e riconoscimento, attribuendo solo ed esclusivamente all’interazione sociale la capacità di istituire la sfera d’apparenza pubblica e la collettività ad essa relativa, implica inevitabilmente che ogni possibilità di emersione del mondo, lungi dall’essere presieduta da un fondamento ontologico originario che ne costituisca la prefigurazione, rintraccia sempre e soltanto al proprio fondo l’istanza politica e storica della propria istituzione. Dal che ne discende immediatamente anche l’originario carattere di contingenza di tale istituzione, in quanto l’interazione sociale, quale unica istanza istituente, poiché esclude la possibilità di conformarsi mimeticamente a un modello originario ad essa soggiacente e, di conseguenza, è costretta a dar fondo alla sua unica risorsa disponibile costituita dall’iniziativa rappresentativa dei singoli e dalla possibilità non garantita del loro riconoscimento collettivo, non potrà mai risultare in una compagine istituita nel senso di compiuta una volta per tutte e quindi immodificabile. Al contrario, tale compagine sociale istituita resterà sempre esposta a quella medesima forza del potere istituente che l’ha generata e che, nel circolo di rappresentanza e riconoscimento, tanto la potrà riconfermare, quanto la potrà invece modificare.

 

6. Autonomo, troppo autonomo. Considerazioni conclusive sul progetto castoriadisiano dell’istituzione

È indubbio, Castoriadis non soltanto ha ben presente questo quadro di contingenza e storicità dell’istituzione, che esclude la possibilità di una chiusura e compimento dell’assetto sociale, bensì lo richiama esplicitamente, allorquando in un passo eloquente afferma: «Non può esserci alcuna vera e propria fondazione dell’istituzione (fondazione “razionale” o “reale”). Giacché il suo unico fondamento è la credenza in essa e, più specificamente, il fatto che essa ha la pretesa di rendere coerenti e dotati di senso il mondo e la vita, l’istituzione si trova in pericolo di vita non appena viene fornita la prova che esistono altri modi di rendere coerenti e dotati di senso il mondo e la vita». [68]
Eppure, il punto dolente del discorso di Castoriadis consiste proprio in questo, ovvero nel fatto che esso, per quanto dichiari l’inevitabilità delle modificazioni storiche dell’istituzione sociale, tuttavia non riesce a fornire alcuno spazio per poter pensare in modo coerente l’insorgenza della novità. Anzi, le cose stanno anche peggio poiché non si tratta qui di registrare soltanto una semplice incoerenza, quanto piuttosto una vera e propria contraddittorietà, visto che, nel contesto di un progetto che si pone come obiettivo la realizzazione della configurazione di un Noi all’insegna della solida e armonica coesione (dettata dall’aspirazione all’autonomia) o dell’accordo unitario (preteso dalla forma diretta di democrazia), l’elemento della novità è destinato strutturalmente a soccombere al necessario e graduale imporsi della legge dell’uniformazione e della ripetizione.
Viceversa, la situazione assume un aspetto totalmente diverso se si comprende che uno spazio collettivo, per porsi all’altezza di accogliere l’inedito, deve abbandonare il registro dell’immediatezza e rivolgersi, invece, a quello della mediazione. Difatti, è unicamente a condizione che sia un qualcuno a eccedere lo spazio del Noi e, così, a rappresentare letteralmente una possibilità altra rispetto a quelle che questo stesso Noi conteneva precedentemente in sé, che una diversa e inattesa configurazione di senso riesce a trovare espressione.
Ma a questa originarietà strutturale della rappresentanza il discorso di Castoriadis non ha saputo giungere, poiché egli, anche quando ha dovuto o voluto ammettere «che una delegazione si fa inevitabile» [69] (vale a dire, nelle poche volte in cui non l’ha esclusa esplicitamente come causa di perversione per la democrazia), è riuscito al massimo a contemplare l’azione rappresentativa come istanza dipendente da e conforme a una volontà collettiva già istituita e riflessivamente disponibile alla società medesima. Insomma, per il filosofo greco-francese, «“rappresentanza” significa» soltanto «che conferiamo a qualcuno, unicamente nel nostro interesse (e non anche in quello dei “rappresentanti”) […] una delega di poteri» e quindi che «il mandatario, delegato, rappresentante, “esiste” come tale soltanto per esprimere la volontà del rappresentato e può vincolare quest’ultimo solo in quanto ne esprime la volontà». [70]
Come si nota qui Castoriadis, in virtù della sua fedele adesione al motivo della presupposizione di una volontà unitaria innestata immediatamente nel tessuto collettivo e quindi alla possibilità di trasmissione di tale volontà ai rappresentanti via via addetti alla sua espressione, non si discosta di un passo dall’impianto della democrazia diretta. E le conseguenze che egli deve pagare per questa posizione – come abbiamo rilevato a più riprese –, lungi dall’essere trascurabili, si mostrano invece molto scottanti, giacché l’assunzione di una volontà collettiva di stampo pressoché sostanzialistico in nessun modo si concilia con un discorso volto all’affermazione del carattere contingente e storico dell’istituzione sociale. In tal senso, sarebbe stato più coerente col suo intento se Castoriadis avesse parlato di una volontà non nei termini di disponibilità o proprietà collettiva, bensì quale prodotto di un evento espressivo che si articola entro lo spazio plurale istituente mediante l’intervento dei soggetti stessi che la conducono sulla sfera pubblica.
Ma, di nuovo, per fare questo, cioè per fare ciò che peraltro si era sempre proposto di fare, Castoriadis avrebbe dovuto compiere un passo a cui invece ha sempre voluto resistere: cioè quello che dalla democrazia diretta l’avrebbe condotto sulla traiettoria di un irriducibile attingimento al paradigma della mediazione rappresentativa. Forse, soltanto in questo modo egli avrebbe potuto evitare di effettuare – sempre restando nella metafora motoria – quel piccolo, (ma nondimeno) fatale salto che – come suggerisce il titolo del nostro intervento – fa scivolare il progetto dell’autonomia dalla sua versione «radicale» alla sua aspirazione «assoluta».

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[1] Cfr. C. LEFORT, Saggi sul politico. XIX e XX secolo, trad. it. di B. Magni, Il Ponte, Bologna 2007, pp. 27 ss., 269 ss; B. WALDENFELS, Estraniazione della modernità. Percorsi fenomenologici di confine, ed. it. a cura di F.G. Menga, Città Aperta, Troina (En) 2005, pp. 23-26; F. CIARAMELLI, L’immaginario giuridico della democrazia, Giappichelli, Torino 2008, pp. 1-16.
[2] E.-W. BÖCKENFÖRDE, Il potere costituente del popolo. Un concetto limite del diritto costituzionale, in G. ZAGREBELSKY – P.P. PORTINARO – J. LUTHER (a cura di), Il futuro della costituzione, Einaudi, Torino 1996, pp. 235-236.
[3] C. CASTORIADIS, La rivoluzione democratica. Teoria e progetto dell’autogoverno, ed. it. a cura di F. Ciaramelli, Elèuthera, Milano 2001, pp. 124-125.
[4] F. CIARAMELLI, Lo spazio simbolico della democrazia, Città Aperta, Troina (En) 2003, p. 210.
[5] Ivi, p. 200.
[6] C. CASTORIADIS, La rivoluzione democratica, cit., p. 65. In termini più esplicativi, l’autore scrive anche: «Ma che significa autonomia? Autos, se-stesso; nomos, legge. Autonomo è colui che si dà da solo le proprie leggi»; motivo per cui, al livello sociale, «l’autonomia della collettività […] può realizzarsi esclusivamente attraverso l’autoistituzione e l’autogoverno espliciti» (Id., La montée de l’insignifiance. Les Carrefours du Labyrinthe IV, Éditions du Seuil, Paris 1996, p. 226).
[7] Id., La rivoluzione democratica, cit., p. 124.
[8] Id., Le contenu du socialisme, UGE, collection 10/18, Paris 1979, p. 18 (corsivi aggiunti).
[9] Ibidem. Se si coglie la logica sottesa a quanto detto, si capisce bene il motivo per cui, in modo analogo, Castoriadis intenda la realizzazione effettiva dell’articolazione democratica anche nei termini di un «regime dove la sfera pubblica diviene veramente ed effettivamente pubblica» (Id., La montée de l’insignifiance, cit., p. 229). Cfr. nella stessa traiettoria anche Id., Fait et à faire. Les Carrefours du labyrinthe V, Éditions du Seuil, Paris 1997, pp. 63 ss.
[10] Id., La rivoluzione democratica, cit., p. 126. Analoga è la precisa e forte affermazione arendtiana, secondo cui la democrazia significa, per ogni individuo, «il diritto di essere partecipe del governo oppure non significa nulla» (H. ARENDT, Sulla rivoluzione, trad. it. di M. Magrini, Edizioni di Comunità, Torino 1999, p. 250).
[11] C. CASTORIADIS., L’enigma del soggetto. L’immaginario e le istituzioni, ed. it. a cura di F. Ciaramelli, Dedalo, Bari 1998, p. 206. In termini analoghi cfr. anche Id., Ce qui fait la Grèce. D’Homère à Héraclite. Séminaires 1982-1983. La création humaine II, a cura di E. ESCOBAR – M. GONDICAS – P. VERNAY, Éditions du Seuil, Paris 2004, pp. 297 ss.

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