DALL’AUTONOMIA RADICALE ALL’AUTONOMIA ASSOLUTA.
ANNOTAZIONI CRITICHE SUL DISCORSO DELL’ISTITUZIONE
DI CORNELIUS CASTORIADIS
di Ferdinando G. Menga
Eberhard Karls Universität – Tübingen


2. Il discorso castoriadisiano sull’autonomia

Sulla scorta dell’acquisizione del tenore generale del discorso tutto teso a una chiara propensione per la forma diretta della democrazia, possiamo, a questo punto, passare a cercarne conferma nella disamina della questione dell’autonomia, in cui si gioca la portata strutturale vera e propria della configurazione castoriadisiana dello spazio politico. Tutto questo, però, tenendo ferma come premessa il fatto che il nostro intento non sarà solo quello di passare in rassegna il discorso di Castoriadis, ma anche quello di offrirne un’indagine critica, che, a nostro avviso, risulta essenziale al fine di dischiudere rilevanti aspetti della generale strutturazione dello spazio istituzionale quale dominio autonomo e democratico.

a. Autonomia e democrazia diretta
In primo luogo, è necessario fissare con circospezione il ragionamento sotteso alla connessione che Castoriadis effettua fra autonomia, quale manifestazione originariamente democratica dello spazio politico, e la precisa ed esclusiva opzione della democrazia diretta o immediata. Nella loro progressione, i passaggi che conducono dall’autonomia alla forma della democrazia diretta possono essere scanditi nel modo seguente: se la nozione di autonomia può essere definita come potere della collettività di darsi da se stessa le proprie leggi e, di conseguenza, questo potere della collettività di autofondarsi e autonormarsi si rivela essere il senso più radicale dello spazio politico nei termini di democrazia, allora si capisce bene che tale potere raggiunge la sua più piena e autentica manifestazione (dunque, è veramente se stesso), solo allorquando la collettività riesce ad esprimerlo e ad esprimersi attraverso di esso al massimo delle sue possibilità; vale a dire, soltanto ad una condizione: quella prevista dalla democrazia immediata, in cui la collettività, esprimendosi direttamente, si esprime simultaneamente nella sua interezza. Detto in modo semplice e con la terminologia dell’autore: se autonomia significa che siamo «noi» a darci le nostre leggi e democrazia significa che il potere per fare ciò proviene da questo stesso «noi» e non da altrove, ne viene che siffatto «noi» sarà tanto più autenticamente se stesso (ovvero, autonomo e democratico), quanto più riuscirà a manifestarsi nella sua massima estensione, ovvero: immediatamente nella sua totalità. E che qui la possibilità di manifestazione totale della collettività debba andare di pari passo con il registro dell’immediatezza si intuisce, non appena si coglie il fatto che ogni intervento della mediazione implica l’interruzione della totalità mediante l’immissione di una forma di accentramento rappresentativo.
In tal senso, ad agire nel contesto del discorso castoriadisiano sull’autonomia è la congiunzione fra carattere orizzontale del potere, che connota il potere negli esclusivi termini di coesione e comunanza, e versione diretta della democrazia, l’unica strutturazione politica capace di dare coerente esplicitazione a tale dimensione di compartecipazione diffusa e trasversale.
È per questo che, a nostro avviso, non va stemperata affatto la semantica della totalizzazione e dell’immediatezza con cui Castoriadis è sovente definire congiuntamente autonomia e democrazia. È proprio questa semantica che si riverbera, per esempio, nel già citato riferimento alla democrazia come «uguale possibilità per tutti, effettiva e non teorica, di partecipare al potere», [13] oppure in espressioni affini, in cui si stabilisce incontrovertibilmente che «il corpo sovrano è la totalità delle persone interessate», [14] o che l’«insorgenza d’uno spazio pubblico significa che è stato creato uno spazio che “appartiene a tutti”» [15] ed «è effettivamente apert[o] alla partecipazione di tutti». [16]

b. Autonomia vs. eteronomia
Stabilita questa stretta connessione fra dimensione dell’autonomia, ovvero «autoistituzione esplicita della società», [17] e corrispondente configurazione dello spazio politico nella guisa di una democrazia quale «autogoverno diretto», [18] possiamo effettuare il passaggio al secondo punto fondamentale, in cui affiora l’obiettivo polemico contro cui si scaglia il discorso stesso di Castoriadis sull’autonomia. Difatti, non si capirebbe il motivo di tanta insistenza sulla dimensione dell’autonomia, se questa trovasse già sempre effettivo riscontro e, dunque, fosse già realizzata nell’articolazione della vita sociale. Invece, la questione cruciale sta proprio in questo: che l’autonomia, sebbene condizione più originaria e propria della dimensione sociale, non si trova ancora realizzata nella società stessa, e questo a causa del predominio di una condizione ad essa opposta, che perciò si tratta di riconoscere e contemporaneamente cercare di rifuggire: condizione che viene definita nei termini di eteronomia.
Non è certamente difficile intuire quali possano essere i tratti di tale opposizione fra autonomia ed eteronomia, dal momento che se, da un lato, abbiamo visto l’autonomia consistere nel riconoscimento del carattere autoistituito e, congiuntamente, della dimensione politicamente creatrice della società, dall’altro, l’eteronomia non può che identificarsi esattamente con la situazione contraria, ovvero con quella condizione certamente premoderna par excellence, ma non per questo inattiva nella modernità, che individua la fonte istituente e legislatrice della società in un’istanza trascendente e presupposta alla società medesima. Questo è esattamente quanto ha sott’occhio Castoriadis quando afferma che «quasi dappertutto e quasi sempre le società hanno vissuto nell’eteronomia istituita; [di cui] la rappresentazione istituita di una fonte extra-sociale del nomos ne è parte integrante». [19] E che poi questo eteroriferimento a un fondamento istituente prenda i nomi di Natura, di Dio o di Storia è indifferente ai fini del presente discorso. Ciò che, invece, appare fondamentale fissare è come tale «istituzione dell’eteronomia», [20] descritta come dinamica di attingimento a un principio trascendente, e per ciò stesso universale, responsabile della fondazione e configurazione della società (e del suo mondo), rappresenti la più veemente negazione e il più fatale impedimento al riconoscimento del carattere costitutivamente storico, politico e contemporaneamente autonomo della società medesima.
Di conseguenza, per Castoriadis, dato il dominio di questa forma di occultamento del carattere autoistituito operato dal regime eteronomo, la possibilità che la società si comprenda come prodotto della propria creazione squisitamente politica e, perciò stesso, si comprenda come autonoma e simultaneamente democratica, si traduce con la posta in gioco di un progetto di emancipazione o rivoluzione democratica; vale a dire, un progetto in cui la collettività, a partire da se stessa, riconquisti esplicitamente il suo carattere autopoietico e autonormante proprio mediante il rifiuto e il superamento di quella logica che lo destituisce attraverso la presupposizione di una «istanza» istituente e legislatrice «esteriore e superiore» [21] alla collettività medesima. [22]

c. Eteronomia e democrazia rappresentativa
Rintracciati i termini generali di siffatta opposizione, resta da indagare il significato concretamente politico del superamento dell’eteronomia. Detto altrimenti: se l’autonomia si traduce coerentemente nella strutturazione dello spazio politico nei termini di democrazia diretta, in cosa si traduce invece l’eteronomia, quale suo acerrimo e più diretto avversario (da soppiantare)? Ebbene, annoverare, sotto il registro dell’eteronomia, configurazioni esplicitamente antidemocratiche dello spazio politico appare pressoché ovvio. Quello che invece risulta meno ovvio e contemporaneamente degno di nota è l’operazione castoriadisiana che, proponendo a suo modo lo stesso gesto che, ad esempio, compie la Arendt in Sulla rivoluzione, fa ricadere entro lo spettro dell’eteronomia anche la forma rappresentativa di democrazia, [23] ovvero ciò che egli stesso chiama «la nozione mistificatrice di “rappresentanza”». [24] Ecco quindi comporsi nella riflessione castoriadisiana una contrapposizione paradigmatica: da un lato, la democrazia diretta, come forma autentica e radicalmente autonoma dello spazio politico; dall’altro, la democrazia rappresentativa quale espressione deviante e eteronoma della medesima sfera del politico; espressione che deve addirittura condurre expressis verbis al «riconoscimento esplicito del fatto che la rappresentanza è un principio estraneo alla democrazia». [25]
Non è quindi esagerato affermare che, per Castoriadis, l’istanza della rappresentanza politica, lungi dall’essere un’espressione, per quanto deficitaria, di democrazia, non è altro che una forma essenzialmente antidemocratica, in quanto si identifica con lo stesso regime premoderno dell’eteronomia, ancorché travestito con abiti moderni. Infatti, il tratto comune che resta comunque immutato fra versione premoderna e versione moderna dell’eteronomia è il medesimo movimento di trascendimento della collettività verso una fonte di potere e di legislazione ad essa esteriore. Nello specifico della rappresentanza, il tratto eteronomo permane esattamente nella dinamica d’alienazione del potere dalla collettività in direzione di alcuni individui o gruppi che vi appartengono, (ovvero d’«alienazione della sovranità di coloro che delegano ai delegati» [26] ), con l’immancabile risvolto che non è più la totalità collettiva a partecipare effettivamente al potere, a occuparsi delle proprie questioni e a istituire le proprie leggi (condizione dell’autonomia), bensì soltanto una sua parte esigua, ovvero «un piccolo corpo politico separato» [27] che da essa si distacca e, così, inevitabilmente vi si contrappone. [28]
La rappresentanza, perciò, in quanto riverbero di quella dinamica di rimando a un’istanza esteriore, che eccede e misconosce il carattere originariamente politico d’autoistituzione della collettività, non esprime per nulla una possibilità democratica alternativa, bensì soltanto l’inizio del suo radicale pervertimento, che perciò ha da essere oltrepassata. Per dirla con le parole di Castoriadis, che ci presentano un quadro di indubitabile concretezza, «appena ci sono “rappresentanti” permanenti, l’autorità, l’attività e l’iniziativa politica sono tolte al corpo dei cittadini per essere rimesse al corpo ristretto dei “rappresentanti”, che le utilizzano in modo da consolidare la loro posizione». [29]
Volendo concludere con un assunto sintetico sulla descrizione degli aspetti fondamentali del discorso politico castoriadisiano, che fa corpo col suo progetto d’emancipazione democratica, dobbiamo tenere ferma la scansione di questo doppio momento irriducibilmente oppositivo: da un lato, la realizzazione del regime d’autonomia, che si palesa nella configurazione diretta di democrazia; dall’altro lato, il regime d’eteronomia che si tratta di superare, e di superare esattamente attraverso il rifiuto dell’istanza della rappresentanza.

 

3. L’assoluto politico. Una critica al legame fra autonomia e democrazia immediata

Alla luce di quanto illustrato, possiamo ora dare avvio al già preannunciato livello di considerazioni critiche: infatti, è esattamente il suddetto progetto d’autonomia che si mostra irriducibilmente contraddittorio non appena lo si lascia reagire con l’altra istanza fondamentale del discorso di Castoriadis, ovvero la configurazione storica e contingente della società. Nello specifico, la nostra obiezione si esprime nel fatto che l’autonomia, connessa alla realizzazione della democrazia diretta, per quanto sia mosso, a livello esplicito, dall’intenzione di rappresentare il più pieno compimento e la più adeguata traduzione dell’istituzione sociale secondo i caratteri di contingenza e storicità, invece, al livello implicito, ma nondimeno strutturale, finisce per contrastarla nel modo più tenace. Ci limitiamo qui a segnalare gli aspetti principali di questo contrasto.

a. Autonomia e pluralità
In primo luogo, il modello dell’autonomia tende a cancellare l’incidenza dell’articolazione plurale del potere collettivo, dalla quale soltanto emerge il carattere contingente di ogni istituzione storica. Infatti, come peraltro ci ha trasmesso in modo straordinariamente efficace Hannah Arendt con la sua nozione di pluralità, [30] è unicamente la frammentazione dovuta all’interazione collettiva a introdurre e tenere aperto quello spazio della contingenza, ovvero del «così e non altrimenti», che non dà mai pace e possibilità di chiusura unitaria alla compagine istituita. Opposta, invece, è la visione delle cose che ci proviene dal progetto d’autonomia, connesso al modello della democrazia diretta, dacché questo, in quanto preposto a realizzare una società capace di autopossedersi unitariamente nella propria volontà, esige necessariamente un modello di collettività nei termini di totalità organica, dominata dai tratti dell’omogeneità e dell’autoreferenzialità trasversali. [31]

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