DIRITTO COSTITUZIONALE E SISTEMA ECONOMICO:
IL RUOLO DELLA CORTE COSTITUZIONALE
di Luigi D’Andrea
Università degli Studi di Messina


6. Conclusioni

In conclusione, si intende porre in adeguata evidenza il contesto assai problematico entro il quale si svolge la presente riflessione: il sistema economico mondiale sta attraversando, ormai da oltre due anni, una grave crisi (come è ovvio, diversamente connotata nelle diverse aree del globo e nei diversi Paesi per intensità, caratteristiche e modalità). Certamente essa si pone come la più grave crisi economica attraversata dai sistemi di economia di mercato dal secondo dopoguerra, probabilmente paragonabile alla “grande depressione” seguita al c.d. “crollo di Wall Street” del 1929. Non è tuttavia ancora chiara la “qualità complessiva” (per così dire, la “cifra”) di tale crisi: in particolare, non è chiaro se essa metterà in discussione la struttura e la conformazione complessiva dei sistemi economici (o meglio, dei sistemi politico-sociali complessivi, embricati nei quali sono vissuti e vivono i sistemi propriamente economici), imponendo ad essi un autentico mutamento di paradigma, ovvero se si potrà chiuderla nei termini di una congiuntura economica sfavorevole, anche se (sul piano meramente quantitativo) più lunga e più pesante del solito. Per la verità, non mancano ad oggi ragioni serie per propendere in direzione della prima ipotesi: basti considerare la rapida evoluzione degli equilibri economici (e geopolitici) planetari (con la formidabile ascesa di grandi Paesi dell’Asia ed anche dell’America Latina), ovvero i vincoli sempre più stringenti per i modelli di convivenza organizzata generati dai limiti di disponibilità di risorse naturali non rinnovabili e dai mutamenti dell’eco-sistema. Naturalmente, nessuno (e meno che mai un modesto giurista…) dispone della sfera di cristallo per leggere il futuro. Si può tuttavia con ragionevole certezza già oggi affermare che nella presente crisi e (ancor di più) nello scenario, comunque alterato, che dalla stessa sarà generato, la “società aperta degli interpreti del testo costituzionale” (in seno alla quale naturalmente un ruolo non secondario è chiamata a svolgere la dottrina costituzionalistica) sarà chiamata ad interrogare ancora la Carta fondamentale ed i suoi principi supremi, per plasmarne, con prudenza non timorosa e coraggio non temerario, nuove forme di positiva implementazione e di inveramento storico.

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[1] Sul ricco dibattito dottrinale in ambito tedesco relativo alla nozione di “Costituzione economica” e, in generale, alla disciplina costituzionale dell’economia, si segnale qui soltanto P. BILANCIA, Modello economico e quadro costituzionale, Torino, 1996, spec. 33 ss. e L. CASSETTI, Stabilità economica e diritti fondamentali. L’euro e la disciplina costituzionale dell’economia, Torino, 2002.
[2] Ha sostenuto che la categoria in esame risulta non convincente, sia che in essa si ravvisi una “formula riassuntiva per indicare sinteticamente ed allusivamente l’insieme delle norme costituzionali in materia economica”, in quanto postula una separazione della sfera economica rispetto alle altre dimensioni sociali e dello Stato dal mercato (incrinando la stessa unitarietà dell’ordinamento costituzionale), sia che essa definisca “un complesso normativo in qualche misura autonomo rispetto all’insieme della Costituzione, della quale peraltro sarebbe il nocciolo essenziale”, essendo “pericoloso, o almeno poco concludente” avvalersi di un’espressione linguistica, che “se è vero – come è vero – che la Costituzione è un tutto unitario […] non ha alcun pregio euristico”, M. LUCIANI, voce Economia nel diritto costituzionale, in Dig (disc. pubbl), V, Torino, 1990, 374-375; lo stesso A. aveva più ampiamente argomentato tali tesi in La produzione economica privata nel sistema costituzionale, Padova, 1983, spec. 130 ss.
[3] In questi termini A. PIZZORUSSO, Su alcuni problemi in materia di fonti del diritto pubblico dell’economia, in AA. VV., Stato ed economia. Scritti in ricordo di D. Serrani, Milano, 1984, 6. Sulla nozione di “Costituzione economica”, si richiamano anche, nella dottrina più recente, gli efficaci quadri di sintesi offerti da G.U. RESCIGNO, voce Costituzione economica, in Enc giur., X, Roma, 2001; L. CASSETTI, voce Costituzione economica, in Dizionario di diritto pubblico, dir. da S. Cassese, II, Milano, 2006, 1638 ss., nonché il recente tentativo di inquadramento teorico e dogmatico di G. BIANCO, voce Costituzione economica, in Dig. (disc. pubbl.), Agg., Torino, 2008, 259 ss.
[4] C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, IX ed., II, Padova, 1976, 861.
[5] Da A. CATANIA, Effettività e modelli di diritto, in Soc. dir., n. 3/2003, 18 (nonché in AA. VV., Dimensioni dell’effettività. Tra teoria generale e politica del diritto, a cura dello stesso A. Catania, Milano, 2005, 46).
[6] Al riguardo, sia consento richiamare L. D’ANDREA, voce Effettività, in Dizionario di diritto pubblico, dir. da S. Cassese, III, cit., 2118 ss.
[7] In proposito, sia permesso rinviare a L. D’ANDREA, Ragionevolezza e legittimazione del sistema, Milano, 2005, spec. 425 ss.
[8] In tal senso, N. IRTI, L’ordine giuridico del mercato, III ed., Roma-Bari, 2004, che rigetta nettamente e fermamente “qualsiasi naturalismo economico, onde il diritto appaia come semplice immagine o riproduzione di un ordine che sia fuori o prima di esso”, affermando che “l’artificialità, che designa l’assoluta in-naturalità, è il tratto precipuo del diritto moderno, o, se si preferisce, della modernità giuridica. La volontà politico-giuridica, sciolti i legami con il diritto naturale e con ogni immutabile fondamento, può accogliere qualsiasi contenuto, adottare qualunque statuizione. Le norme sono arte-fatte, indifferenti ai contenuti, capaci di determinare il loro tempo e il loro spazio. Ad esse si applica il mero formalismo della produzione: tutto è procedura; la procedura tiene luogo di fondamento” (ivi, rispett. V e X-XI)
[9] B. LEONI, La libertà e la legge (1961), Macerata, 1994.
[10] V., al riguardo, AA. VV., Marginalismo e socialismo nell’Italia liberale, 1870-1925, a cura di M.E.L. Guidi e L. Michelini, Milano, 2001.
[11] In proposito, v., oltre al risalente D.H. MEADOWS, D.L. MEADOWS, J. RANDERS,, The Limits to Growth, New York, 1972, di recente, S. LATOUCHE, Come sopravvivere allo sviluppo: dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa, Torino, 2005 e ID., La scommessa della decrescita, Milano, 2007.
[12] Sul rapporto tra etica ed economia, recentemente, v. anche l’interessante G. SALVINI – L. ZINGALES (con S. CARRUBBA), Il buono nell’economia. Etica e mercato oltre i luoghi comuni, Milano, 2010.
[13] Ad esempio, ha rilevato il radicamento del fenomeno monetario nella struttura sociale simbolica (ed in specie nel sistema di simboli magico-religiosi) della comunità M. MAUSS, Le origini della nozione di moneta, in M. GRANET – M. MAUSS, Il linguaggio dei sentimenti, a cura di B. Candian, Milano, 1975, 49 ss.
[14] Rilevava C. SCHMITT [Cattolicesimo romano e forma politica (1923), Bologna, 2010, 53-54] che “il pensiero economico non è così assolutamente radicale e, malgrado la sua attuale alleanza col tecnicismo assoluto, può anche contrapporvisi. Infatti, all’‘economico’ ineriscono ancora alcuni concetti giuridici come ‘possesso’ o ‘contratto’, anche se il pensiero economico li limita al minimo, e soprattutto li circoscrive alla sfera del diritto privato”.
[15] Al riguardo, si segnala soltanto L. BRUNI – S. ZAMAGNI, Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica, Bologna, 2004, spec. 199 (ma passim); tali AA. (ivi, 21) affermano che “l’ordine sociale ha bisogno di tre principi regolativi, distinti ma non indipendenti”, per potersi adeguatamente ed armonicamente sviluppare: il contratto (lo scambio di equivalenti), la redistribuzione della ricchezza, il dono come reciprocità.
[16] In ordine ai beni relazionali, nella prospettiva di un ripensamento dello statuto della scienza economica, v. L. BRUNI, I beni relazionali. Una nuova categoria nel discorso economico, in MA. La rivista on line di filosofia applicata ai mondi del lavoro, n. 6/2006; in proposito, si segnala anche, dello stesso A., Reciprocità. Dinamiche di cooperazione, economia e società civile, Milano, 2006 e La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane, V ed., Trento, 2009, nonché P. DONATI, Introduzione alla sociologia relazionale, Milano, 1986 e AA. VV., Verso un paradigma relazionale nelle scienze sociali, a cura di S. Zamagni e P. Sacco, Bologna, 2006. Può essere utile riportare la definizione della categoria di “beni relazionali” offerta da V. BERLINGÒ (Beni relazionali. L’apporto dei fatti di sentimento all’organizzazione dei servizi sociali, Milano, 2010, 113), nell’ambito di un’interessante lettura del sistema integrato di interventi e servizi sociali operato dalla l. n. 328/2000 che proprio su tale categoria (e su quella dei “fatti di sentimento”) si incardina: essi identificano “quelle risorse immateriali specifiche di un rapporto di reciprocità/prossimità e da questo inscindibili, capaci di rendere più produttivi gli incontri tra soggetti dotati di sensibilità comunicativo-affettive impegnate (e consumate) nel corso dell’interazione stessa”.
Sulla reciprocità, v. anche, dal punto di vista filosofico, le riflessioni di L. ALICI, Le forme della reciprocità, Bologna, 2004.
[17] Sul teorema di Gödel, v. le stimolanti riflessioni di D.R. HOFSTADTER, Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante. Una fuga metaforica su menti e macchine nello spirito di Lewis Carrol (1979), X ed., Milano, 2005, spec. 16 ss. e 93 ss.
[18] E.W. BÖCKENFÖRDE, La formazione dello Stato come processo di secolarizzazione (1967), a cura di M. Nicoletti, Brescia, 2006, 68. E.W. Böckenförde ha ampiamente esposto il suo pensiero al riguardo in ID., Cristianesimo, libertà, democrazia, Brescia, 2007; al riguardo, recentemente, C. PANETTA, Secolarizzazione, religione e libertà religiosa: il contributo di Ernst-Wolfgang Böckenförde, in Orientamenti sociali sardi, n. 1/2010, 91 ss.
[19] Osserva S. BASILE (“Valori superiori”, principi costituzionali fondamentali ed esigenze primarie, in AA. VV., Scritti in onore di A. Predieri, I, Milano, 1996, 152-153), riprendendo un brano di G. MOSCA (Elementi di Scienza politica, II, Bari, 1922, 241) come i principi fondamentali che legittimano un sistema giuridico siano non già creati e imposti dal potere politico, ma piuttosto imposti al poterle politico dal corpo sociale, nelle sue espressioni culturali: “i principi, nell’opinione di G. Mosca, sono semmai creati e imposti al potere politico da uomini che vi sono estranei. In effetti, credere che il potere stesso ponga i principi che lo legittimano e ne legittimano l’attività, significa negare l’evidenza. Il potere, forse al massimo li sceglie, ma comunque li trova in quel patrimonio di valori – come parte di quanto, nel senso antropologico del termine, va sotto il nome di cultura – si sviluppa e via via si modifica in un continuo dibattito dagli innumerevoli interventi che nasce da un po’ tutta la vita sociale”. Sulla dimensione culturale (in senso antropologico) del processo di legittimazione dei sistemi costituzionali contemporanei, sia consentito richiamare L. D’ANDREA, Ragionevolezza e legittimazione del sistema, cit., 323 ss.
[20] Decisiva si presenta, in ordine ai processi di legittimazione del sistema, la disponibilità nel tessuto comunitario dei fattori che costituiscono il capitale sociale, ed in primo luogo dei “beni relazionali” (sui cui v. la nota 16) e della fiducia. Sul ruolo della fiducia nelle comunità politica, v. B. PASTORE, Fiducia, comunità politica, Stato di diritto, in AA. VV., Forme della cooperazione. Pratiche, regole, valori, a cura di F. Viola, Bologna, 2004, 189 ss., e le stimolanti riflessioni di E. RESTA, Le regole della fiducia, Roma-Bari, 2009, ove si evidenzia la (in qualche modo, paradossale) dialettica di presenza/assenza della stessa nell’universo giuridico: infatti, “essa rappresenta uno dei ‘valori comuni’ dell’esperienza giuridica; la potremmo definire come una sorta di ‘unificatore culturale’ intorno al quale si autoalimenta un complesso mondo di sapienza e di esperienza, ma, richiamarla normativamente, significa ribadirne l’assenza” (ivi, 69-70).
[21] Al riguardo, si rimanda ancora a L. D’ANDREA, Ragionevolezza e legittimazione del sistema, cit., 216 ss.
[22] P. HÄBERLE,Le libertà fondamentali nello Stato costituzionale (1983), Roma, 1993, 190.
[23] Ho sviluppato la tesi (sinteticamente ed un po’ apoditticamente enunciata nel testo) relativa allo stretto nesso tra diritto costituzionale e processi interculturali (ed intersistemici) in L. D’ANDREA, Diritto costituzionale e processi interculturali, in AA. VV., Studi in onore di A. Metro, II, a cura di C. Russo Ruggeri, Milano, 2010, 121 ss., spec. 132 ss.
[24] Così ancora in L. D’ANDREA, op. ult. cit., 155 ss.

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