DIRITTO COSTITUZIONALE E SISTEMA ECONOMICO:
IL RUOLO DELLA CORTE COSTITUZIONALE
di Luigi D’Andrea
Università degli Studi di Messina


Ad esempio, è stato rilevato da una sensibile dottrina economica [15] che in tanto il sistema di mercato può esercitare in modo efficiente e compiuto le proprie funzioni in quanto possa usufruire di un capitale sociale di solidarietà umana e di fiducia reciproca che si sviluppa e matura in circuiti di integrazione comunitaria sottratti alla logica del mercato stesso: si tratta di risorse costitutive della stessa società, di beni (come i “beni relazionali” [16] ), che hanno sì “valore”, ma non “prezzo”, e dunque non sono soggetti allo scambio ed alle cc.dd. “leggi del mercato”. In assenza di tali beni, la convivenza sociale (con le sue valenze economiche e produttive) verrebbe meno: dunque il “sistema” del mercato, lungi dall’essere autosufficiente, necessità di una società ricca di tali beni (alla “logica” del mercato stesso sottratti), coesa e ben funzionante. Nella stessa prospettiva, si può ancora porre in evidenza quanto è ben chiaro soprattutto al giurista, cioè che il corretto funzionamento dei meccanismi dell’economia di mercato esige alcune prestazioni (in primis, la certezza del diritto garantita dal fisiologico esercizio della funzione giurisdizionale) che soltanto il sistema giuridico (secondo il proprio autonomo statuto) è un grado di prestare. Insomma, ne emerge una significativa conferma, sul terreno delle scienze sociali, della validità del secondo teorema di incompletezza di Gödel [17] , secondo il quale, sul piano della logica formale, nessun sistema coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza (precludendosene, quindi, ogni ricostruzione nei termini di una chiusa logica autoreferenziale).
Ed il rifiuto di una logica di tipo chiuso ed autoreferenziale espressa sul piano logico formale dal richiamato teorema di incompletezza di Gödel induce il giurista (e segnatamente il costituzionalista) a volgere lo sguardo in direzione di una tesi autorevolmente prospettata in dottrina (ed oggetto di animate discussioni critiche) che anch’essa esprime l’istanza di rompere confini (dell’universo descritto dalla dimensione giuridica delle istituzioni pubbliche) che si pretendevano invalicabili. Il riferimento è al c.d. “paradosso di Böckenförde”, ai sensi del quale “lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire” [18] . Riguardo a tale tesi (enunciata in forma di paradosso) può forse – sia pure soltanto di sfuggita – osservarsi che essa sembra descrivere la condizione in cui si trova (cioè, non può non trovarsi) ogni esperienza giuridico-normativa: infatti, nessun ordinamento può davvero garantire (con gli strumenti coattivi e sanzionatori che appartengono al sistema normativo positivo) il proprio fondamento, cioè i presupposti (di ordine storico-culturale e politico-sociale) che ne legittimano la vigenza (e dunque l’esistenza secondo la forma propria degli ordinamenti normativi) [19] . Tuttavia, il c.d. “paradosso di Böckenförde” può specificamente riferirsi al modello di “Stato liberale secolarizzato” (o meglio al modello contemporaneo di Stato costituzionale), solo se collocato sul piano propriamente assiologico e prescrittivo, in ragione dell’esigenza, appartenente al costituzionalismo contemporaneo, di rifiutare l’uso della forza e della sanzione in direzione della garanzia dell’adesione dei cittadini ai valori legittimanti l’ordinamento, che deve piuttosto quotidianamente fondarsi e radicarsi nella libera coscienza degli stessi, alimentata dalla libera dinamica sociale e dall’aperto confronto di idee e posizioni che si realizza nella sfera pubblica [20] . Insomma, il c.d. “paradosso di Böckenförde” esprime icasticamente l’istanza, squisitamente costituzionale, di mantenere sempre aperta una feconda dialettica tra la (fondata) dimensione giuridico-formale e la (fondante) sfera della cultura (in senso antropologico), si direbbe tra il “posto” (il “prescritto coattivamente”) ed il “presupposto” (la libera adesione ai valori fondamentali del sistema, peraltro positivamente enunciati nelle Carte costituzionali). Così inteso, esso si colloca all’interno di una prospettiva teorica che sembra largamente affine al già citato teorema di Gödel (elaborato, lo si ribadisce ancora, nell’ambito della logica formale), poiché pone in evidenza l’esigenza, nello studio delle forme istituzionali generate dal costituzionalismo moderno e contemporaneo, di metterne in piena luce gli imprescindibili legami con quel sistema etico e culturale in seno al quale soltanto quel modello di Stato può affondare le proprie radici e trovare effettiva vigenza (e dunque positività).
Ebbene, se le considerazioni avanzate dalla dottrina economica sopra richiamata risultano (almeno in qualche misura) condivisibili, è ben possibile adottare (senza eccessive forzature) una simile “logica” con riferimento al sistema economico: anche l’economia di mercato (cioè la “forma” che i sistemi economici del nostro tempo hanno assunto) vive e costantemente si alimenta di presupposti (la disponibilità di risorse naturali, il capitale sociale, le prestazioni offerte dall’ordinamento giuridico…) che essa stessa non è in grado di garantire, e che anzi in tanto si possono preservare in quanto la logica del mercato non pervada tutte le sfere della convivenza organizzata, tutti i circuiti di integrazione comunitaria.

3. La centralità del principio di sussidiarietà negli ordinamenti costituzionali inter-livello ed inter-sistemici

Dunque, la scienza economica (o almeno, parte di essa) pone in evidenza la costitutiva “apertura” del sistema economico a sistemi (ai sotto-sistemi sociali ed all’eco-sistema) ad esso esterni, esigendo la tessitura di incessanti relazioni osmotiche tra il primo ed i secondi. Se adesso ci collochiamo nella prospettiva costituzionalistica, possiamo constatare come un simile paradigma teorico risulti del tutto congeniale al modello di Stato costituzionale contemporaneo (come si è adesso avuto modo di accennare richiamando il c.d. “paradosso di Böckenförde”).
Infatti, per ragioni che qui non è possibile neppure sommariamente richiamare, e che sono in ultima analisi riconducibili alla presenza, nel cuore dei sistemi costituzionali, di una tavola pluralistica di principi fondamentali (espressione unitaria delle variegate culture politiche che si sono riconosciute e si riconoscono nel modello liberal-democratico), l’ordinamento esige – per coerenza con la propria stessa identità – la tessitura di un’incessante trama di rapporti tra l’universo giuridico-formale e la dimensione fattuale della convivenza civile (rectius: le multiformi e differenziate espressioni della convivenza civile) [21] , capace di garantire ad un tempo il rispetto della libertà dei diversi soggetti (individuali e collettivi) operanti nel tessuto comunitario e dell’autonomia dei diversi sistemi sociali nei quali si articola la complessiva comunità politica, ed i rapporti tra gli stessi che risultano richiesti, per un verso, dalla costitutiva apertura che naturalmente connota tali differenziati sistemi sociali (universalizzando la “logica” del teorema di Gödel e del c.d. “paradosso di Böckenförde”) e, per altro verso, dall’esigenza di assicurare una congrua ed equilibrata implementazione dei principi costituzionali nell’effettività della prassi sociale ed istituzionale. A relazioni così caratterizzate tra i diversi soggetti ed i diversi circuiti di integrazione presenti nel complessivo sistema della convivenza civile, l’ordinamento costituzionale risulta per più profili strettamente (si direbbe, “ontologicamente”) intrecciato: infatti, questo se ne presenta come condizione istituzionale (in quanto il quadro offerto da principi e regole costituzionali si pone come l’alveo entro il quale esse possono realizzarsi), prodotto qualificato [essendo la costituzione incessantemente (ri)generata dai pluralistici apporti offerta dalla “società aperta degli interpreti del testo costituzionale”, secondo la bella e fortunata espressione di P. Häberle [22] ], promotore costante (essendo i valori costituzionali gli elementi catalizzatori di tali dinamiche sociali ed istituzionali) [23] .
Per tali ragioni, può forse avanzarsi l’ipotesi di qualificare l’ordinamento costituzionale come inter-sistemico, in analogia con la caratterizzazione inter-livello (che mi pare preferibile alla più diffusa locuzione “multilivello”) riconosciuta ai sistemi costituzionali che convivono (certo, non senza fatica…) nell’ambito dello spazio costituzionale europeo [24] .
Naturalmente, non è in alcun modo possibile sviluppare in questa sede la prospettiva teorica adesso sinteticamente (o, forse meglio, sommariamente…) delineata: è tuttavia all’interno (ed alla luce) della stessa che si intende collocare la proposta qui patrocinata di incardinare i rapporti tra il sistema costituzionale ed il sistema economico sul principio di sussidiarietà [25] , il quale, pur se consacrato quale canone del sistema soltanto da qualche decennio (e segnatamente dall’inizio degli anni ’90, cioè da quando il Trattato di Maastricht lo ha posto come criterio-guida dei rapporti tra istituzioni comunitarie e Stati membri), nella sostanza appartiene pienamente all’essenza del costituzionalismo moderno e contemporaneo e non risulta affatto assente nell’assetto costituzionale delineato dalla Carta fondamentale del 1948 [26] .
Come è noto, il principio di sussidiarietà (le cui radici ideali si rinvengono peraltro già nel pensiero di Aristotele) ha trovato in epoca moderna la sua autentica culla nel pensiero sociale cattolico [27] ; non può perciò stupire che esso abbia trovato una delle più perspicue (ed ormai classica) formulazioni nella Enciclica Quadragesimo anno di Pio XI (1931): “è certamente vero e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche dalle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofia sociale che come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle ed assorbirle” (n. 80); sicché una giusta applicazione di siffatto principio richiede che “l’autorità suprema dello Stato rimetta ad associazioni minori ed inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minor momento, dalle quali essa del resto sarebbe più che mai distratta; ed allora essa potrà eseguire con più libertà, con più forza ed efficacia le parti che a lei sola spettano, perché essa sola può compierle; di direzione cioè, di vigilanza, di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità” (n. 81).
Già dalla sintetica formulazione magisteriale del principio di sussidiarietà che si è adesso fedelmente riportata, emerge con chiarezza la notevole articolazione interna che lo attraversa e radicalmente lo connota [28] . Infatti, in esso risultano compresenti un profilo – per così dire – negativo, che si traduce nel divieto di ingerenza delle realtà sociali nell’ambito di ciò che può essere adeguatamente affidato all’attività ed all’iniziativa del singolo individuo (divieto che si estende anche ai gruppi sociali di maggiore livello nei confronti dei gruppi sociali “minori e inferiori”), ed un profilo positivo, che si risolve nell’attribuzione ad ogni comunità il compito (dunque, il dovere) di intervenire (appunto, positivamente) allo scopo di incentivare, aiutare (appunto, sussidiare) e, ove necessario, sostituire i soggetti, individuali o sociali, incapaci di provvede (ancora una volta, adeguatamente) [29] . Inoltre, nel principio di sussidiarietà convivono due dimensioni: infatti, ben potendo (anzi, dovendo…) considerarsi come manifestazioni della natura relazionale dell’uomo tanto le variegate formazioni sociali e forme associative che si collocano all’interno della società civile, quanto le (parimenti molteplici, almeno negli ordinamenti pluralistici contemporanei) istituzioni politiche, dotate di potere coercitivo, nelle quali si articola l’organizzazione dei poteri pubblici, possiamo distinguere la dimensione orizzontale della sussidiarietà, riferibile alle relazioni tra soggetti della società civile ed istituzioni pubbliche, dalla dimensione verticale della stessa, che afferisce ai rapporti tra i diversi livelli territoriali di governo della comunità politica (a partire dalle istituzioni comunitarie, fino alle autonomie locali, passando naturalmente per il livello dello Stato nazionale) [30] .Nella coesistenza all’interno del principio in esame dei due profili sopra evidenziati, tanto in seno alla dimensione orizzontale quanto all’interno della dimensione verticale dello stesso, si può agevolmente ravvisare il risultato dell’incontro e della sintesi di differenti (e non di rado configgenti) tradizioni filosofiche e culture politiche. Se il divieto di ingerenza nella vita e nelle prerogative dei singoli soggetti della società civile si presenta indubbiamente congeniale all’istanza propriamente liberale di limitazione del potere pubblico, in funzione di garanzia delle sfere di libertà individuale e sociale, il dovere di intervento che grava sullo Stato (e più in generale, su tutte le istituzioni pubbliche) si pone come funzionale all’istanza solidaristica, richiedendo all’apparato pubblico di assicurare effettiva protezione ai bisogni ed alle esigenze di tutti i cittadini, specialmente dei più deboli economicamente e socialmente; e perciò non sembra affatto arbitrario sostenere che, in ragione di tale profilo positivo, il principio di sussidiarietà si apre “naturalmente” al (quasi convertendosi nel) principio di solidarietà. Né deve trascurarsi di porre in evidenza la forte impronta lasciata dalla tradizione cattolica (e, segnatamente, dal filone cattolico-sociale) nel canone in esame, laddove esso tende a garantire e valorizzare l’autonomia delle formazioni sociali entro le quali matura e si svolge la personalità di ogni uomo [31] .
Infine, deve essere adeguatamente sottolineata (specialmente all’interno della nostra riflessione, relativa ai rapporti tra diritto ed economia) la presenza nel principio di sussidiarietà di un’istanza di natura – per così dire – “efficientista”, essendo la scelta di allocare la competenza ad intervenire allo scopo di soddisfare un interesse nel livello di socialità più vicino al soggetto (o ai soggetti) che di tale interesse è(sono) titolare(i) giustificata dalla consapevolezza (almeno, in via di presunzione…) che, per tale via, è dato conseguire un utilizzo razionale delle risorse, ottimizzando il rapporto tra risultati conseguiti e costi sostenuti.

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