PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA
E FONDAMENTO DELLE LIBERTÀ INDIVIDUALI [1]
di Mario Palmaro
Università Europea di Roma


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Abstract

Modern democracy, founded on the dogma of popular sovereignty, has presented itself as the antidote and only alternative to modern totalitarism. As political theory, it can be reduced to a few fundamental principles (principle of majority, social relativism, equality, tolerance) which cannot be questioned and must be accepted in a strictly religious way. Democracy is a god. But this god has failed. The libertarian (and quite anarchical) thought of Herman Hoppe as proved this point. It seems that the only way out of the crisis of liberal democracy is a hard and painful return to the idea of a natural law.

 

La crisi delle democrazie liberali è un fenomeno che imbarazza il pensiero contemporaneo, erede del secolo che ha attuato la consacrazione pratica e teorica del modello democratico. L’imbarazzo deriva dalla constatazione che la democrazia è diventata nel tempo un vero e proprio modello sacrale, che ha letteralmente rimpiazzato l’idea dell’origine divina del potere; idea che portava con sé un katechon, un limite all’arbitrio del sovrano, costretto a rendere conto a Dio delle sue azioni; e una “intoccabilità” del sovrano da parte del popolo, che vedevano in lui l’esercizio terreno di un’autorità meta-fisica. [2] “Un gran numero di moderni – scrive Leone XIII nel 1881 – seguendo le orme di quanti, nel secolo scorso, si diedero il nome di filosofi, dichiarano che ogni potere viene dal popolo; di conseguenza, quanti esercitano il potere nella società, non lo esercitano come di loro propria autorità, ma come un’autorità ad essi delegata dal popolo, e a condizione di poter essere revocata dalla volontà dello stesso popolo, da cui l’hanno.
Del tutto opposta è la convinzione dei cattolici, che fanno derivare da Dio, come dal suo principio naturale e necessario, il diritto di comandare” [3] .
La dottrina cattolica sull’origine della sovranità non si oppone al modello democratico, come spiega lo stesso Leone XIII nella stessa enciclica: “E’ importante sottolinearlo qui; quanti presiedono al governo della cosa pubblica possono certamente, in determinati casi, essere eletti dalla volontà e dal giudizio della moltitudine, senza che ciò ripugni o si opponga alla dottrina cattolica” [4] . Ma subito dopo l’autore della Rerum Novarum si affretta a precisare: “Tuttavia, se questa scelta designa il governante, non gli conferisce l’autorità di governare; non delega il potere, ma designa la persona che ne sarò investita”.
Contrariamente a una convinzione largamente diffusa, questa dottrina non ha subito sostanziali cambiamenti anche in tempi più recenti. Nel 1963, Paolo VI scrive: “E’ noto che la Chiesa non preferisce e non respinge nessuna forma di governo, posto che esso sia giusto e capace di procurare il bene comune dei cittadini”. [5] L’emergere nel dibattito politico e giuridico del mondo occidentale della grandi questioni di bioetica – dall’aborto all’eutanasia, dalla fecondazione artificiale al trapianto di organi – ha ulteriormente raffreddato certi “ardori” della teologia cattolica nei confronti della democrazia. Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium vitae usa parole molto dure proprio nei confronti di quei sistemi democratici che varano “leggi ingiuste” in nome del principio di maggioranza. [6] Non è più il tiranno a calpestare i diritti fondamentali dell’uomo, ma è un’assise democratica a operare scelte tiranniche con metodo formalmente democratico. Uno scacco che comporta una condizione di permanente conflitto tra sistemi politici moderni e democratici e magistero della Chiesa cattolica sulle frontiere della vita umana.

Come dicevamo, il ‘900 è stato il secolo che ha visto affermarsi la democrazia come mai era avvenuto prima. E il fatto che tale consacrazione del modello democratico sia avvenuta contestualmente allo scatenamento dei fenomeni totalitari più impressionanti dell’intera storia dell’umanità ha determinato un effetto paradossale nella riflessione filosofico-politica intorno alla democrazia, che potremmo considerare una vera e propria eterogenesi dei fini.

Le democrazie nascono infatti nell’alveo di teorie dello stato prevalentemente di impronta positivista e antigiusnaturalista, cioè di dottrine che intendevano sostituire ogni precedente forma di esercizio del potere con uno strumento prevalentemente procedurale, tipica espressione del processo di secolarizzazione del diritto. In questo senso, ritengo che la “Dottrina pura del diritto” di Hans Kelsen [7] sia stata la teoria generale del diritto più consona alle intenzioni di chi voleva “democratizzare” la società e lo stato.
Ma dovendosi le democrazie contrapporre a poderosi fenomeni totalitari, esse hanno inevitabilmente assunto un ruolo simbolico molto forte, che ha indotto numerosi teorici del diritto, e soprattutto l’opinione pubblica, a identificare il modello democratico con alcuni contenuti di valore, con principi metagiuridici, antitetici agli orrori teorizzati e attuati dai totalitarismi.

L’esito di questo “duello” simbolico fra bene e male è stato una forte connotazione giusnaturalistica delle tesi di molti studiosi democratici (spesso sinceri nella loro interpretazione) e una rimozione delle radici secolari e antimetafisiche del diritto, innescate in particolare dalla problematica tesi della “autorità che viene dal popolo”. Questa “eterna illusione” in merito alla valenza giusnaturalistica del sistema democratico è ben espressa da molte pagine di Jaques Maritain, che nel 1942 attribuisce la crisi della democrazia borghese al rinnegamento delle radici cristiane del modello democratico. [8] In questo ragionamento il filosofo francese coglie nel segno per quanto riguarda l’aporia di una democrazia meramente procedurale, priva di contenuti valoriali certi e non negoziabili; ma pecca di ingenuità nel credere che il modello democratico possedesse radici autonome in grado di assicurare un simile sviluppo storico, capace di scongiurare qualunque deriva nichilista e relativista.
Gli eventi successivi ci hanno dimostrato come quell’aspettativa sarebbe stata ampiamente tradita.

E’ così nato un grande equivoco: lo sviluppo di un sistema di organizzazione del potere politico che si offriva nella sua scorza superficiale come portatore di contenuti metagiuridici, di valori immutabili, in buona sostanza una sorta di attuazione nella storia della dottrina del diritto naturale; in realtà, tale modello nascondeva un’anima essenzialmente procedurale, secolarizzata, anti giusnaturalistica, fautrice della neutralità dello stato e della impossibilità per il potere politico di scegliere secondo retta ragione fra bene e male, fra vizio e virtù, fra giustizia e ingiustizia.

L’equivoco non poteva durare all’infinito: esauritesi le scorte di indignazione per i mostri politici del positivismo giuridico (nazismo e comunismo realizzato), superata la fase di contrapposizione paralizzante della “guerra fredda”, la democrazia ha iniziato a gettare la sua maschera, e a rivelare ciò che essa in sostanza è (o è diventata): per dirla con Kant, una “testa di legno” priva di metafisica, di legami con il diritto non scritto e con il nodo della verità.
Questo stato di crisi della democrazia provoca il filosofo del diritto a interrogarsi e a rispondere ad alcune domande stringenti:
a.   La maggioranza può decidere qualsiasi cosa?
b.   maggioranza e minoranza identificano la parte che ha ragione e la parte che sbaglia?
c.   Il principio di maggioranza costituisce il fondamento della democrazia?
d.   La democrazia come metodo, come procedura, costituisce a sua volta il fondamento del potere politico?
e.   che cosa differenzia una democrazia dagli altri sistemi politici?

Anche i giuristi contemporanei sono consapevoli che lo stato di crisi del sistema democratico non possa più essere nascosto o negato. D’altra parte, il carattere simbolico e sacrale della democrazia rende ancora molto problematico un dibattito aperto sull’argomento. Negli ultimi anni il presidente emerito della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky si è segnalato per una serie di studi dedicati direttamente o indirettamente all’argomento. Per svolgere il suo ragionamento, Zagrebelsky utilizza – fra l’altro – il caso giudiziario più celebre della storia: il processo a Gesù di Nazareth.
La sua tesi dell’autore – sviluppata in alcuni testi dedicati proprio al “problema” della democrazia [9] – può essere riassunta in questo modo:
1.   la democrazia è un sistema di governo che era giudicato dalla tradizione classica in termini negativi (si pensi soprattutto a Platone, Aristofane, Erodoto [10] );
2.   Oggi la democrazia si è trasformata “in un concetto idolatrico onnicomprensivo, sintesi di tutte le cose buone e belle che riguardano la vita dello stato”
3.   La democrazia è intrinsecamente relativista, non assolutistica. Democrazia e dogma sono incompatibili.
4.   Tuttavia, la democrazia non ha fedi o valori assoluti da difendere ad eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa. I principi democratici non possono essere relativizzati.
5.   C’è quindi un nucleo non relativo fatto da: rispetto dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani e dei diritti che ne conseguono; rispetto dell’uguale partecipazione alla vita pubblica e delle relative procedure.
6.   C’è un relativismo buono e un relativismo cattivo. Il relativismo dell’insieme è necessario per consentire a tutti di far valere i propri valori; il relativismo dei singoli è invece un pericolo per la democrazia, perché chi pensa che “tutto è relativo” sarà indifferente rispetto al fatto che il governo sia o non sia democratico.
7.   Chi critica la democrazia perché relativista non ne sta sottolineando una degenerazione, ma sta rigettando la democrazia in quanto tale. E’ quanto fa ad esempio Donoso Cortés nel 1850.
8.   La democrazia deve aprirsi verso identità diverse.

9.   Nella democrazia tutte le decisioni sono revocabili, ad eccezione di quella sulla democrazia medesima
10.   La democrazia è guidata da un atteggiamento sperimentale: “convinzioni della coscienza e conseguenze dell’agire formano un circolo sempre aperto nel quale si determinano le norme dei soggetti responsabili” [11] .
11.   La democrazia si fonda su un atteggiamento altruistico, nel quale la res pubblica è a disposizione di tutti. La solidarietà e non il darwinismo sociale sono la cifra caratteristica della democrazia.
12.   Il fondamento della democrazia è il rispetto di sé e dell’altro. Riassumibile nel motto: “Rispetta il prossimo tuo come te stesso”. Norberto Bobbio citava alcuni principi fondativi: a. tolleranza; b. nonviolenza; c. libro dibattito e rinnovamento della società; d. fratellanza.

Queste tesi di Zagrebelsky suggeriscono alcune considerazioni:
a.   Anche gli “apologeti” della democrazia contemporanea ammettono la necessità di un approccio critico, antidemagogico verso la democrazia;
b.   Essi ritengono necessario ammettere (e difendere) il relativismo/pluralismo intrinseco della democrazia.
c.   Questo relativismo è istituzionale, ma va scoraggiato nell’individuo
d.   Questo relativismo/pluralismo non può toccare la fondazione stessa della democrazia e le regole che essa si è data
e.   Chi critica il relativismo democratico è un fazioso pericoloso e antidemocratico;
f.   Per dare consistenza al sistema democratico relativista si scelgono (arbitrariamente) alcuni principi che (sembrano) sottratti alla dialettica democratica.
g.   Non è dato sapere chi o che cosa li abbia individuati, e se siano immutabili.
h.   Il principio di maggioranza non è legato al concetto di verità, e anzi lo rifugge esplicitamente.

Curiosamente, i primi a gridare che il re è nudo – sconvolgendo l’ordine e violando il dogma del “democraticamente corretto” – sono pensatori che non partono da questo medesimo percorso, ma che agiscono più che altro sotto la spinta di una reazione; la reazione, umanissima, alla presenza soffocante e debordante dello stato democratico nella vita di ogni essere umano.

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