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“INTERPRETAZIONE del POTERE QUALE RISCHIO per il DIRITTO”
(EDITORIALE)
di Andrea Favaro

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Nulla può essere tanto utile al potere, oggi (come sempre), quanto lo strumento del diritto e, d’altra parte, l’esperienza contemporanea parrebbe insegnarci quanto questo stesso potere (politico e non solo) usurpi oggi (più di ieri) di detto strumento anche contro il diritto stesso, pur di portare a termine i propri obiettivi.
Un tanto risulta incontrovertibile nell’ambito del diritto internazionale ove il regime pattizio-convenzionale lascia ampio margine di operatività al sovrano di turno, come ben descrive Luigi Crema analizzando il caso del principio di autodeterminazione come sperimentato in “Crimea” e proiettando l’acuto Lettore su binari che possono proseguire oltre la penisola dell’antico Ponto Eusino.
L’importanza (e, in realtà, il rilievo concreto) potere nell’interpretazione quotidiana del diritto sfocia pure nel paradigma della (in)certezza del diritto (civile) stesso, vittima anch’esso delle tentazioni (non solo) ermeneutiche del giurista (spesso giudice) di turno come egregiamente denuncia, grazie pure ad un colto afflato, Federico Casa e come recupera, con taglio storico, Andrea Favaro, ugualmente volgendo lo sguardo al tema della “certezza” del diritto, sempiterna pretesa utopistica del suddito di turno.
Tra diritto e potere si innesta l’ancor più consona (a tale rapporto) politica del lavoro che Giulia Benvenuti legge attraverso la peculiare esperienza personale e la non poco travagliata riflessione teoretica di Simone Weil.
Travaglio, non sempre di natura teoretica, è quello che viene sperimentato nella Europa contemporanea così destinata a fronteggiare (con alterne fortune) la realtà migratoria e anche in questo quotidiano letto di Procuste ove non è dato intendere con chiarezza cosa debba essere tagliato (e a chi, tra gli immigrati di oggi e gli europei di domani) e cosa invece vada allungato (e a chi) come denuncia in termini sintetici Fabio Ratto Trabucco.
Travaglio, non sempre di natura teoretica, è pure quello che viene richiamato dal tema del “foro interno” e le varie preclusioni (e conseguenze) che in termini teoretico-generali ben presenta Costantino-Matteo Fabris.
Momento a latere tutto particolare merita davvero il confronto che il numero odierno offre al Lettore contemporaneo, probabilmente meno avvezzo di quello del passato al confronto scritto tra studiosi. Confronto diretto, lucido e caratterizzato da nitida parresia che testimonia appieno l’opportunità di una Sezione come “Pro et Contra” che nel caso di specie si è andata a costruire con la redazione del presente Numero quando Danilo Castellano ha proposto una replica alla deduzioni già svolte da Elvio Ancona nel Numero precedente e quest’ultimo ha avuto la possibilità di svolgere alcune osservazioni al fine di presentare un dialogo alla ricerca del corretto tributo che anche il pensiero giuridico presente può riconoscere ad uno intelletto fine come quello di Tommaso d’Aquino.

E ut semper… buona lettura!